Avvisi di Chiamata (Rumore)

Pirati per forza

Pubblicato: February 2010 • Rubrica: Avvisi di Chiamata (Rumore)

C’era una volta Napster: ve lo ricordate il comodo servizio di scaricamento illegale di file? La formazione cultural-musicale di molti lettori è accaduta proprio lì. Poi Napster fu comperato da una major discografica, sterilizzato e convertito in un servizio a pagamento talmente barzotto che è sostanzialmente sparito dalle mappe – benché esista ancora. Il motivo di questa mossa era ovvio: interrompere il flusso di scaricamenti gratuiti, e stabilire una volta per tutte che la musica non può essere gratis. Come sapete se leggete Rumore da allora, io ho tenuto una posizione intermedia: comprendendo le ragioni degli scaricatori selvaggi (chi vorrebbe comprare un intero best degli Unbelievable Cazzons per avere il brano inedito, quando può comodamente scaricarselo gratis da internet?) ma anche quella dell’industria, che è fatta anche di piccoli musicisti come me, e non solo da squali miopi e epilettici ma con denti affilatissimi – i discografici e le loro aziende.

Poi è arrivata Apple, che sfruttando la scarsa favella delle Major, e il panico da file sharing, si è inventata l’Itunes Music Store. Che fin dall’inizio è stata un’impresa problematica. Nei primi anni di vita di questo servizio non era possibile per un singolo artista vendere la propria musica. Comprensibile: se la Apple avesse rubato il lavoro ai suoi fornitori non sarebbe stato bello. Nemmeno le indipendenti potevano avvalersi di questo servizio: la Major le hanno sempre considerate delle loro agenzie, che facevano il lavoro sporco di talent scouting e poi, una volta lanciato un’artista, lo passavano a loro. E’ successo molte volte – per esempio coi Nirvana. Inoltre i clienti disposti a mollare i 99 centesimi a Itunes si ritrovavano con un ulteriore problema: il meccanismo anticopia. Un arzigogolato sistema di permessi, che rendeva la vita complicata proprio ai migliori clienti di Apple: quelli col fisso, il portatile e l’Ipod, che dovevano de-autorizzare una macchina per autorizzarne un’altra, e se per caso avevano un problema informatico, le prime vittime erano proprio quei maledetti file. Questo sistema funzionava talmente male che Apple lo ha definitivamente eliminato lo scorso anno. Anche perché nel frattempo sono arrivati nuovi e-shop, la maggior parte dei quali però funziona solo negli Usa. Quindi noi europei restiamo nelle mani di Itunes; personalmente ho avuto modo di testare anche Amazon, che ha un paio di vantaggi: ci vado col mio browser e scarico file Mp3, con cui si può fare quella bella cosa che da sempre è uno dei motori essenziali della musica pop: le compilation per gli amici, una volta su cassetta, oggi comodamente inviabili da PC a PC via bluetooth. Nel 2010 la situazione è però tutt’altro che risolta. Oltre alle solite piattaforme Peer to peer, oggi ci sono i servizi di file delivery come Megaupload o Rapidshare. Leggevo da qualche parte che una notevole percentuale di scambi di musica oggi avviene attraverso questi siti, che consentono di parcheggiare file grandi per periodi determinati, e poi linkarli sul proprio sito o blog. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno.

Chiudo con un aneddoto. Ho sentito per radio “Sing our own song”, singolo dell’86 degli UB40, e ne volevo la versione integrale (circa 7 minuti). Siccome sono un bambino beneducato, e mi trovo negli USA, ho pensato di comperarlo. Vado su Amazon, dove scopro che non tutte le canzoni sono uguali: questa non costa 99 cent come le altre, bensì 1.99 – essendo una hit. A 99c c’è la versione breve. Incredulo vado su Itunes, dove l’offerta è ancora più stolta: “Sing our own song” viene data esclusivamente in omaggio a chi si compera l’intero album (a 7.99). Allora ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque: Google, nome del brano + mp3, e l’ho trovato immediatamente. L’ho scaricato? No: ho comperato su Amazon il CD usato a $ 3 (inclusa la spedizione). Alla faccia delle Major, che ancora una volta si dimostrano incapaci di comprendere come gira il mondo, e non solo.

K9 nightmare

Pubblicato: January 2010 • Rubrica: Avvisi di Chiamata (Rumore)

Era da molto che pensavo di parlarvene, ma non volevo urtare la sensibilità dei molti lettori che, credo, non saranno d’accordo con me. Poi l’altro giorno ho assistito a un evento spettacolare e ho deciso di scriverne. Però so, e voglio dirlo all’inizio, che questa è solo l’opinione di una parte minoritaria del genere umano; so anche, e pure voglio metterlo in cima, che un’opinione diversa dalla mia avrebbe lo stesso valore. Però questa pagina ce l’ho io.

Per ragioni molto variamente antropologiche sono stato a vedere le semifinali di un campionato mondiale di cani a Long Beach, California. Si trattava di un’esibizione canina classica: ispezione del giudice (denti, pelo, simmetria), trotto del cane con conduttore (sempre esilarante, a volte ai limiti dell’incredibile) e posa in piedi, allungato al massimo (che si ottiene mettendo del cibo a circa 10 cm dal naso dell’animale, che ha una specie di erezione della postura). Era un evento in abito da sera (io l’ho scampata perché ero nel settore stampa), con pubblico urlante, diretta Tv, inno nazionale, the winner is, ecc. Naturalmente il set, Long Beach, ha aggiunto molto all’evento: soltanto il pubblico si meriterebbe un reportage di venti pagine. I conduttori sono quasi tutti professionisti – e sicuramente benestanti. Si va dalla ragazzotta bene con la fissa per lo Yorkshire al coreano con oltraggioso barboncino strafonato. Cani di questo tipo necessitano di cure particolarissime, dovendo incarnare l’ideale di perfezione nella propria razza, esattamente come certi divi di Hollywood incarnerebbero la loro: diete rigorose, esercizio calibrato ma costante, cura dell’estetica, del pelo, dei piedi… Come mi ha spiegato un conduttore: “Questi non sono cani da casa”.

I cani sono assolutamente pazzeschi, e non hanno nulla di umano, pardon canino – salvo in rari casi. Sono mutanti, come certe persone che abitano nella mia Tv, ma senza chirurgia. Lavati e stirati, pettinati e impomatati, docilissimi – ai limiti dell’autismo: sono stato dentro circa due ore e non ho sentito MAI nemmeno un abbaio. Si prestano a questo circo apparentemente rassegnati alla follia dei loro padroni, in cambio di frequenti bocconcini (croccantini? MDMA? Tranquillanti? Non so dire) che il conduttore porta sempre in tasca. Li ho guardati bene negli occhi, povere bestie, e ho avuto paura. Alcuni sembravano piangere mentre altri, come l’Elvis coreano nella foto, avevano un’espressione di follia omicida – limitata solo dalle dimensioni topesche. Altro che Gozilla: quella bestiaccia alta sei metri è il mio peggiore incubo.

Lo so: molti di voi hanno un cane e ci si trovano benissimo, hanno instaurato una relazione adulta e non basata sulla sua necessità di cibo ma su valori comuni e condivisi. Però mi chiedo, e vi chiedo, onestamente: quanti? Secondo me pochi. Non mi pare assurdo che ti piaccia avere un cane (specie se rimuovi la sua merda dal mio marciapiede), e nemmeno che ci sia una qualche forma di affetto tra di voi. Però devi sapere che quello che gli umani hanno fatto ai cani nel corso dei millenni non solo non ha scusanti, ma è probabilmente il singolo atto di scellerata infamia più vasto mai compiuto sul pianeta. Abbiamo preso degli animali liberi e li abbiamo costretti a stare sotto “padrone”. Li abbiamo selezionati in base a criteri ripugnanti e sbagliati, come la tenerezza o la buffezza. Abbiamo favorito deformità fortemente invalidanti, come nel caso dei bassotti: chi di voi vorrebbe avere un torace lunghissimo e gambe minuscole? Abbiamo creato specie che non potrebbero più sopravvivere in natura (questo lo abbiamo fatto anche a altri animali e piante), che esistono solo perché alcuni di noi le trovano graziose.

Scusate, io non provo orrore quando un cane sbrana il padrone. Mi pare perfino bello, un rigurgito di istinto, un ritorno alla natura. Ne ho provato invece parecchio al concorso di Long Beach: mi ha ricordato cosa siamo capaci di fare noi umani a chi non può ribellarsi.

Mestesso.com

Pubblicato: December 2009 • Rubrica: Avvisi di Chiamata (Rumore)

Fino a qualche anno fa (pochi in senso storico, secoli nell’era digitale) Internet era considerata un po’ un mondo a parte rispetto alla Realtà. Poi fortunatamente si è capito che la rete è uno strumento insostituibile non solo per divertirsi e informarsi ma anche per rappresentarsi, e oggi sappiamo che in molti settori come quelli legati alla creatività avere una presenza visibile in rete è una delle chiavi per progredire. Certamente non l’unica, ma una sempre più importante. Essere un esordiente in questi campi non è mai stato semplice. Spesso ricevo posta (elettronica ovviamente) in cui mi si chiedono lumi e dritte: musicisti, fotografi, videomaker ma anche illustratori a mano o scrittori: “Che faccio, tengo sia Myspace che Facebook, Linkedin e Flickr? E come posso collegarli fra loro? Metto dentro contenuti o solo degli estratti? E Google come mi trova?” Ho pensato quindi di buttare giù alcune regole di base, che naturalmente sono le mie, quindi di sicuro opinabili.

Se il vostro mestiere, presente o potenziale, è di questo tipo fatevi innanzitutto il vostro sito, nomecognome (o nomedellaband) punto qualcosa, meglio se un suffisso internazionale come com, net, org, info ecc. Avere un sito .it implica di dover avere un server italiano, e non è quasi mai la scelta conveniente. Questa è la vostra base in rete, il posto dove si trova potenzialmente tutto quello che vi riguarda. La vostra email dovrebbe essere consistente col nome del sito. Poi potete ridirigerla altrove se preferite, ma chiambrettinight@gmail.com fa proprio ridere. Una nota sul nome delle band: se vi chiamate Mario & i suoi Rossi sono dolori, e salvo a usare le virgolette nella ricerca nessuno vi troverà mai. Viceversa gli Unbelievable Cazzons (ottetto ska core di origini chazare) li trovi subito, e così Moltheni e Dolcenera, ma non i Blur o i Muse.

Il vostro sito dovrebbe somigliarvi anche nell’aspetto – specialmente se siete dei creativi: la tristezza sconfinata dei Myspace degli illustratori è insensata, e inutile. Dovrebbe contenere tutte le informazioni che vi riguardano, e aggregare le vostre propaggini digitali. Il punto infatti non è di non essere su Facebook o su Youtube, ma di non fare di queste piattaforme la vostra base. La sezione video del mio sito è interamente altrove, ma appare anche sul mio, dove fa molto più traffico. Quindi l’indirizzo di un mio video sarà sergiomessina.com/livecazzons invece di youtube.com/watch?v=A1FK620bS7A: vuoi mettere? Lo stesso vale nella musica per Jamendo, ma non per Myspace o Itunes, e per le immagini con tutti. Il concetto è: perché mandare altrove chi cerca noi? Se è vero che un social network è un “balcone digitale” dal quale socializzare, dov’è il resto della casa, il soggiorno e il bagno?

Contenuti: qui naturalmente ognuno si regola come vuole. In linea di principio vale la regola evangelica sul non fare agli altri quello che non piace a noi. Da utente: ti piacciono i sample da 30 secondi delle canzoni? Preferisci invece l’intera canzone anche in streaming non scaricabile? O la musica che scarichi, se ti piace, poi ti invoglia a averne ancora, o magari a andare al concerto? Ti piacciono le foto minuscole, o le preferisci grosse ma con disclaimer? Tutte le opzioni sono praticabili, sulla base di una semplice considerazione: più ce n’è più si gode, più gli utenti vengono e tornano.

Fare e mantenere un sito oggi è diventato semplice e economico; conoscere un minimo di html nel 2010 è utilissimo, e si può imparare da casa, gratis e senza troppo dolore. Non solo: questo consente una cittadinanza digitale consapevole, attiva e anche libera. Già, perché il Myspace se vogliono ve lo chiudono, come sa benissimo chi si è postato con le tettine di fuori (un gesto non solo liberatorio e trasgressivo ma anche gioioso e innocuo). Se la vostra creatività è anche urgente e pericolosa (per me ingredienti essenziali), allora avere un porto sicuro, con un dominio non italiano e magari residente all’estero (dove la libertà di parola è un valore), oggi è una sicurezza.

Killer del pensiero

Pubblicato: November 2009 • Rubrica: Avvisi di Chiamata (Rumore)

 Credo di avere qualche titolo per parlare della libertà di stampa in Italia; non solo sono stato in vario modo all’interno di questo dibattito, ma lo faccio in un posto adatto. Rumore infatti, benché atipica, è certamente una rivista italiana, e mi pare un buon esempio per inquadrare il problema. Rumore è un giornale libero? Certamente sì: chi mi legge sa che a volte affronto argomenti spinosi, ma mai una volta in 13 anni mi è stato chiesto di smussare qualcosa. Questo atteggiamento credo valga anche, con le dovute differenze, per la gran parte della stampa italiana, dove si può scrivere più o meno quello che si vuole. Poi a volte si discute, ma nella maggior parte dei casi no: se collabori con Famiglia Cristiana, un articolo sui vantaggi della penetrazione anale proprio non glielo proponi. In Italia si può anche dire quello che si vuole, oltre che scriverlo. Naturalmente c’è l’aberrazione delle cause con richiesta di risarcimento contro comici e vignettisti, ma non esiste una polizia delle opinioni (come invece accadeva nelle grandi dittature del ‘900) o la censura. Ognuno può esprimere esattamente quello che pensa, e niente e nessuno gli impedirà di farlo o lo processerà per questo (sempre fatte salve le cause, che sono ripugnanti e assolutamente bipartizan). Quindi, secondo me, in Italia le libertà di stampa e di parola sostanzialmente ci sono.

Il problema invece si chiama Pensiero Mafioso. Lo scrivo in maiuscolo perché non solo questa mentalità governa la vita culturale del nostro paese, ma mi pare sia il nocciolo della questione. E non è solo un problema di Berlusconi o delle destre, anzi. Chiunque abbia cento grammi di potere in Italia pensa esattamente come un picciotto. Ad esempio:

Nel 1990, sull’onda delle rivelazioni su Gladio, mi inventai RadioGladio, uno spoken word di 4 minuti in inglese che raccontava la vicenda, inciso su cassetta no © distribuita gratis, chiedendo alla gente di copiarla e diffonderla. La cosa funzionò e si sparse la voce. Io ne ho avuto notevoli vantaggi di visibilità, e lo rifarei oggi. Ma anche qualche rogna, tra cui un’indagine conoscitiva della Questura di Roma, volta a appurare se io fossi un eversore, e naturalmente a intimidire chi aveva collaborato con me. E un indimenticabile colloquio a Radio Rai, dove all’epoca collaboravo assiduamente, in cui un “dirigente” (una mezza tacca socialista con la faccia più stupida del creato) mi disse: “E’ troppo facile mettere un comunicato politico in musica.” Dopodiché il mio telefono semplicemente smise di squillare e, a parte qualche piccola collaborazione anni dopo, la mia storia con la Radio di Stato fini lì.

Forse il dirigente era un gladiatore sotto copertura? Magari qualcuno dall’alto gli aveva detto di neutralizzarmi? No. Lui agiva secondo la semplice regola che governa qualsiasi forma di espressione in Italia: la cautela, la preferenza per il safe, l’ovvio ma privo di rogne invece del guizzo che magari dispiace al Boss. Alla censura in Italia non serve un ufficio: ne ha uno nella testa chiunque decida. E anche comprensibilmente chi ha qualcosa da perdere, magari un free-lance che non può permettersi di rimetterci per un’opinione. L’indipendenza in Italia non paga. Infatti ci si lamenta dei programmi Tv di idee diverse, ma non della cosa davvero grave: la totale mancanza di voci indipendenti da ambedue le fazioni.

Voci che naturalmente risultano scomode per chi comanda ma non per chi le ascolta: Travaglio o Luttazzi (e assai più in piccolo anche il sottoscritto) fanno ottimi ascolti. Però portano anche qualche rogna. Ecco come mai, a destra come a sinistra, vanno tanto le raccomandazioni: certificano la dipendenza dal potere e l’adesione a questo codice. E allora, in un paese di camorristi vendicativi, perché rischiare che poi magari si scontenta qualcuno? E’ come nella mafia, meglio prevenire che curare. D’altronde si sa: chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni (ma poi speriamo che muoia male).

(nell’immagine Enzo Biagi)