Articoli, interviste e testi
Jungle Fever
(testata: Rolling Stone)
Sembra sempre un concetto superato, poi gratti un pochino e sta ancora lì. E’ solo un luogo comune, ma assai duro a morire. Affascina, terrorizza, attrae, continua a generare controversie – ed è intimamente legato alla storia del R’n'R, che lo evoca già dal nome. Come tutti i miti è quasi certamente falso; eppure, proprio come il pelide Achille, il mito dell’Afrofallo sopravvive, prospera e divide ancora. Naturalmente nessun Afro-americano viene linciato perché ha rivolto la parola a una donna bianca; non esiste più la Big House, la casa del padrone della piantagione che disponeva delle vite, anche sessuali, degli umani di sua proprietà. Oggi i neri sono entrati al 100% nel discorso sociale contemporaneo, e in piena era Obama riesce difficile pensarci ancora. Eppure basta fare una passeggiata in una qualsiasi città del mondo per rendersi conto che la situazione è tutt’altro che risolta: incontrare una famiglia mista è una vera rarità, e per quanto appaia normalizzata, la famiglia Obama è certamente una famiglia black: per avere una coppia mista inquilina della Casa Bianca credo che dovremo aspettare ancora molti anni. Il mito della mazza colorata entra alla grande nella cultura Pop quando gli Afro-americani hanno potuto finalmente iniziare a esprimersi liberamente. Uno dei temi cardine della musica nera è infatti proprio il Sexual Braggadocio, l’affermazione della propria potenza sessuale. Mannish Boy, il capolavoro di Muddy Waters, è un inno alla sua incontenibile capacità di soddisfare le donne (naturalmente senza specificarne il colore: Muddy era pur sempre nato in una piantagione). Da Muddy a 50 Cent, passando per Isaac Hayes e Prince, la storia della Black Music è anche (e soprattutto) una storia di sesso, sudore e Oh baby…
Nella pornografia storica i maschi neri appaiono principalmente come elemento esotico e di perversione. Penso a certi filmini anni ‘50 girati a Cuba, dove le donne nere sono quasi sempre rappresentate come schiave e i maschi sono quasi animali, che fanno sesso con delle bianche a comando del padrone, bianco pure lui. Dopo il boom dell’Hardcore nei primi ‘70 (con Gola Profonda, rigorosamente all-white) si iniziano a vedere degli Afro-americani nel porno, ma sempre con parti rigorosamente caratteristiche: il giardiniere, l’autista, il selvaggio. Gli stereotipi del razzismo ci sono tutti. In questi anni inizia a circolare una famosissima serie di immagini che ritraggono un nero sorridente e sornione, con un pisello sproporzionatamente lungo e addirittura annodato. Questa serie è stata pubblicata da centinaia di riviste in tutto il mondo, corredata da didascalie più da Cronaca Vera che da porno: dal “Mostro di natura” a “Ricoverata in ospedale dopo una notte di follia con Bingo Bongo”. E’ la consacrazione grottesca dell’Afrofallo sulla scena mondiale del porno.
Solo negli anni ‘80 aumenta la presenza di blacks nella pornografia, ma relegati a ruoli secondari. Le star maschili sono rigorosamente bianche, e non necessariamente dotate come John Holmes: sia di Harry Reems che di Ron Jeremy si dice che siano diventati famosi non per via delle prestazioni ma della simpatia, che consentiva allo spettatore (bianco) di identificarsi senza provare invidia. Oggi ci sono diversi pornostar maschi afro-americani, alcuni molto famosi. Hanno proprie case di produzione e linee di prodotti (come il lubrificante alla banana commercializzato da Mr Marcus), e sono entrati in quella subcultura pop che comprende anche Pam Anderson e i Limp Bizkit. Malgrado tutto però, le loro specialità restano sempre quelle: dozzine di partner bianche e bionde, e il cazzo gigante. Il più dotato si dice sia Mandingo. Lex Steele, forse il più famoso attore in circolazione, ha ovviamente pubblicizzato le sue (presunte) misure: 28 cm di lunghezza per 17 di circonferenza. Wow.
E’ però con la diffusione di massa del porno amatoriale che il fenomeno appare nelle sue dimensioni reali – e inquietanti. Nella società multirazziale americana, unificata dalle leggi ma separatissima negli usi e consumi, le relazioni tra etnie sono completamente dominate dai luoghi comuni: gli italiani sono mafiosi e mangiano bene, i cinesi lavorano molto, i neri c’hanno il cazzo grosso e scopano le bianche. Da parte loro, i vari gruppi hanno spesso legittimato questi preconcetti: gli italiani gestiscono ristoranti, i cinesi tengono aperto 24 ore al giorno e i neri apprezzano e spesso frequentano donne bianche. Il caso spettacolare di Tiger Woods (beccato con una serie di amanti, tutte bianche e bionde come la moglie) racconta un immaginario davvero molto comune e, secondo i militanti neri, profondamente radicato nella storia razzista di questo paese. Andando a vedere la situazione sul campo si scopre una realtà curiosa, e a tratti sconcertante, che sembra confermare quest’idea. Esistono dei club specializzati nel favorire gli incontri sessuali tra persone di razze diverse; gruppi di “Black gentlemen selezionati che offrono a coppie bianche di classe un’esperienza interrazziale”, che di solito consiste in una gangbang dove lui guarda e fotografa e lei è oggetto delle attenzioni del gruppo. La cosa notevole però è il linguaggio con cui si definiscono vicendevolmente: le donne sono delle White Hos (troie bianche) in cerca di Well Hung Niggers (negri ben dotati – da notare che questo termine è tabù negli States, tranne che non sia utilizzato da neri) e viceversa. Il mito del Black Dick viene perpetrato utilizzando gli stereotipi razzisti da ambedue le parti. Si amano, però si odiano, si temono, si offendono e quindi si attraggono, si disprezzano e si comprano, in una passion play dove gli elementi del gioco sono tabù, peccato, trasgressione, rispettabilità (e perdita della medesima), e che racconta di quanto siamo ancora distanti dalla politicamente attraente, ma forse per adesso davvero irraggiungibile, color blindness.
Myspace: intervista a Tom Anderson
(Testata: Rolling Stone)
Scrivere della rete e delle sue storie di successo come Google, Napster o Myspace è un po’ come cercare di raccontare accuratamente l’epopea cinquecentesca delle scoperte geografiche: è difficile avere notizie di prima mano, realtà e mito si confondono inestricabilmente e ognuno racconta la propria versione. Ma a differenza di fatti oramai remoti, come la nascita di Internet o della preistoria della Apple, sulle vicende accadute dopo il 2000 c’è un altro velo, ancora più difficile da sollevare: il marketing mitologico (e naturalmente il suo contrario, la denigrazione a priori). Ciò detto, questa è una vicenda di tempismo perfetto, intuizioni possenti e grandissimo successo, e non saranno due o tre discrepanze a renderla meno notevole. Sappiamo quasi tutti che oggi la corsa del Web 2.0 (la rete vuota, da riempirsi a cura degli utenti) se la giocano Myspace e Facebook, a tal punto che lo scorso aprile, quando il secondo ha superato il primo nel numero di visite, ne ha parlato perfino la stampa quotidiana. Indubbiamente si trattava di una notizia, essendo Myspace una delle storie di successo più strepitose degli ultimi anni, nella quale il social networking vero e proprio è sempre di più una parte del tutto.
Myspace nasce ufficialmente nell’agosto 2003; è la costola di una società di marketing fondata nel ‘98 che già si occupa di IT. Questo consente a Myspace di usufruire delle infrastrutture tecniche necessarie a un sito del genere che, dice la leggenda, va online a 10 giorni dalla creazione (mentre di solito ci vogliono dei mesi). Il meccanismo di Myspace non è originale al 100%; anzi, per stessa ammissione di Tom Anderson (presidente di Myspace fin dall’inizio) l’ispirazione venne da Friendster, social network tuttora attivo e popolare in Asia. Il termine ispirazione forse è un po’ debole: Anderson (che ho incontrato qualche mese fa a Milano), Chris de Wolfe e il loro team sostanzialmente copiarono Friendster (nato l’anno precedente), migliorandone l’interfaccia e il meccanismo sociale. Questo però, nel mondo delle tecnologie, è un piccolo peccato veniale: in realtà quasi nessuno inventa niente da zero, e moltissime feature di PC e Web vengono da altrove – licenziate, o più spesso copiate. Va però detto che il cocktail messo a punto da Myspace è subito vincente, e il mix di social network, blog, immagini, video e musica (che arrivano qualche tempo dopo) funzionava a meraviglia – a tal punto che a soli 23 mesi dal lancio (e con decine di milioni di iscritti) viene rilevato dalla News Corporation di Rupert Murdoch per la graziosa somma di 580 milioni di dollari.
Il meccanismo di accesso, semplice e efficace, è rimasto praticamente invariato dalle origini: ci si iscrive (molto rapidamente) e si accede a un profilo vuoto con grafica standard. All’inizio si ha un solo amico – il presidente Tom: “Il problema di Friendster”, dice Anderson, “era che all’inizio non si avevano amici, e il meccanismo di add prevedeva di poter essere solo amici di propri amici. Myspace invece, avendo tutti me come amico, consentiva di avere un solo grado di separazione tra tutti gli utenti.” Da qui la frase una volta onnipresente, ma oggi scomparsa: “Eminem (o Gesù) is in your extended network”. Tom, nel suo profilo (Uomo, 33 anni, Santa Monica, California) localizzato in tutte le lingue di Myspace, ha 249.713.081 amici, e nella casella “Mi piacerebbe conoscere” ha scritto: “Mi piacerebbe incontrare delle persone che mi insegnino qualche cosa, che mi ispirino e divertano… Ho degli amici molto vicini che conosco da sempre, ma mi piacerebbe averne molti di più.” Complimenti per la socialità. Si fa anche fatica a credergli quando afferma: “Quella resta la mia pagina personale, e cerco di passarci almeno un’ora al giorno, ma spesso di più. E’ un eccellente indicatore di come la pensano gli utenti, e per avere feedback sulle nuove funzionalità.” Chiunque abbia un normale spazio sa che soltanto gestire 249 milioni di amici richiederebbe una piccola azienda.
Ci sono poi alcune altre bizzarrie nella storia di Tom Anderson. La prima riguarda la sua età: lui dice di essere del ‘75. Ma pare che invece sia del ‘70 (avendolo incontrato, francamente mi pare più plausibile), e che si sia abbassato l’età perché un “amico Myspace” intorno ai 30 fa più figo di un quasi quarantenne. La seconda riguarda la famosa foto del suo profilo, quella di 3/4 con la maglietta bianca, probabilmente la singola immagine più riprodotta della rete (e quindi forse della storia della fotografia), considerando che solo su Myspace ce n’è una in ognuno dei profili dei suoi amici. Lui sostiene che sia stata scattata nel 2001 alla UCLA, da un non meglio precisato collega di corso (aggiungendo: “Speriamo che non si faccia vivo per reclamare il copyright!”), e che sarebbe la sua prima foto digitale. Non torna, innanzitutto perché molti di noi hanno foto digitali anteriori al 2001, e mi pare curioso che alla UCLA non circolassero le digicam. Mi pare invece più probabile che, come sostengono i detrattori di Myspace, sia una foto scelta a tavolino. E scelta con cura: Tom è un po’ il poster boy di Myspace (i maligni sostengono che lo sia letteralmente, che sia più un PR che un presidente), un modello lievemente nerd ma piacente, che con centinaia di milioni di dollari sul conto corrente, considera una vacanza farsi un giro degli uffici Myspace nel mondo: “La mia vita non è cambiata coi soldi: ho comperato una casa circa un anno fa, e mi fa piacere sapere che se non vorrò lavorare dopo Myspace potrò farlo, ma quello che faccio mi appassiona ancora moltissimo.” Detto questo, Anderson rappresenta un nuovo genere di imprenditore Internet; uno che, a differenza di Brin e Page, Jobs o Gates non viene dal codice, anche se si mormora di sue imprese di hackeraggio giovanile, ma è in grado di sovraintendere (da molti punti di vista) una così complessa e efficiente macchina da guerra.
Nel tempo Myspace è diventato onnipresente e internazionale (con uffici in una trentina di paesi e molte localizzazioni) restando sempre assai orizzontale. Quasi tutti hanno uno spazio, specialmente i musicisti. Gli esordienti, per i quali è uno strumento insostituibile di relazioni e promozione, ma anche le star le quali, malgrado abbiano già fior di siti web, trovano in Myspace la possibilità di ricongiungersi alla loro base, di esserci senza esserci – uno dei grandi sogni resi possibili dai media digitali. Tra i power user italiani c’è gente del calibro di Ferro, Ramazzotti, Pausini (che si dice ami molto personalizzare le pagine degli amici) e, più prevedibilmente, Cristina Scabbia dei Lacuna Coil. Ma non serve fare musica per avere uno spazio: chiunque in realtà può avere ottime ragioni per esserci, e su Myspace tutti gli spazi sono uguali. Questo è uno dei segreti del suo successo: l’unica differenza visibile tra la pagina dei Jonas Brothers e quella di un loro fan è il numero di amici (1.091.234 quelli dei fratellini verginelli, a metà novembre). Ovviamente poi ci sono le differenze invisibili, e non sono piccole. Esistono nel mondo numerose aziende che si occupano di aprire, personalizzare e gestire spazi su Myspace, con grafiche coordinate, ricerca e aggiunta di amici e perfino risposte singole ai messaggi email: “Ho smesso perché mi ero stufata di smistare posta di fan femminili che si proponevano”, confessa un’ex addetta agli spazi di diversi artisti italiani che preferisce rimanere anonima.
Il sito però, in origine, non è pensato come un servizio per musicisti: “Myspace nasce per tutti. La musica è venuta solo in un secondo momento, su input degli stessi artisti”. Mi pare plausibile: benché nel mondo ci siano davvero moltissimi musicisti, è chiaro che “tutti” è una base di utenza assai più larga. C’è un altro dato curioso: in Europa ci sono molti più artisti che negli USA, dove vince la vocazione social di Myspace, e le band sono solo circa il 3% degli utenti (contro il 35% europeo). Utenti che sono proprio tanti: 120 milioni al giorno (2.5 visitatori unici solo in Italia), che trascorrono sul sito una media di 158,2 minuti ognuno, caricando 20 milioni di foto e 105.000 video – sempre al giorno. Naturalmente il porno è rigorosamente fuori da Myspace, e ci sono stati moltissimi casi di account chiusi (o immagini rimosse) per questa ragione. Il sesso invece sembra essere assai presente, e la domanda a Anderson sorge spontanea: la vita sessuale di un sacco di gente (incluse diverse rockstar nostrane, che ovviamente preferiscono rimanere anonime anche loro) si è molto arricchita grazie a Myspace; è successo anche a te? “Sicuramente,” ridacchia Tom, “è nella natura dei social network quella di moltiplicare le occasioni di incontro anche fisico. In questo senso il profilo Myspace è certamente un ottimo sistema che hanno i single per presentarsi.” Verrebbe da suggerirgli un servizio di dating online. Però, a pensarci bene, Myspace lo è già, e grazie alle ultime feature aggiunte (come l’instant messenger con VOIP) pare sia davvero efficacissimo.
Ma non sono solo singoli o band ad avere uno spazio. E’ sempre più frequente vedere stampato un indirizzo Myspace in programmi di festival, menù di paninoteche e perfino istituzioni culturali paludate, benché il contratto di servizio proibisca espressamente la presenza di aziende. Esistono spazi assurdi, come quello ufficiale della Universal Music (che però ha un accordo con Myspace per esserci) di una tristezza infinita, col logo corporate in cima, la sua pubblicità sotto quella altrui e solo 3991 amici, perlopiù artisti Universal. O spazi assai improbabili, come quello del mio omonimo Sergio Messina, violinista classico siciliano, con un profilo (in ambedue i sensi) davvero stupefacente: musica tristissima con slide show a tutto schermo, che ne evidenzia appieno la scarsa fotogenia. Ma la maggior parte degli spazi ha molto senso, e i meccanismi di interazione funzionano a meraviglia – specie con la musica. I commenti, che all’inizio erano perlopiù “Grazie per l’add e complimenti”, si sono trasformati in bacheche elettroniche dove far circolare informazioni – dalle date dei concerti alle feste, fino allo spam e al rimorchio telematico. E la grafica, all’inizio personalizzabile solo attraverso complesse procedure nerdomantiche, o utilizzando siti dedicati, oggi si può “pimpare” (che è il termine tecnico utilizzato dai più, e deriva dal programma di Mtv Pimp my ride) a piacimento con relativa facilità.
Ma Myspace come guadagna? Ufficialmente la principale fonte di reddito sono le impression pubblicitarie viste dagli utenti, circa 10 miliardi al giorno. Ma non banner e animazioni mostrate casualmente a visitatori e utenti; dice infatti Wikipedia: “Attraverso il sito e le reti pubblicitarie affiliate, Myspace è secondo solo a Yahoo! nella capacità di raccogliere dati sugli utenti e quindi nella capacità di usare targeting comportamentale per selezionare le pubblicità che saranno mostrate ai singoli utenti.” Ma è chiaro che, con un nome così caldo, le operazioni di co-marketing siano tante, e non tutte dichiarate. Nel futuro di Myspace, oltre ai banner, c’è certamente la musica, innanzitutto attraverso la sua etichetta Myspace Music. L’operazione Pennywise (il cui nono album Reason to believe del 2008 è stato distribuito gratuitamente online, sostenuto dalla pubblicità, e stampato e distribuito negli USA dalla stessa etichetta) è certamente un’indicazione di direzione. D’altronde se Myspace, come pare, vuole crescere davvero nella distribuzione digitale di musica, indipendente ma anche no, prima o poi dovrà vedersela con quello che secondo me sarà il suo prossimo e più temibile competitor: l’iTunes music store di Apple, che oggi ha praticamente il monopolio sulle vendite digitali. In bocca al lupo, Tom (il gioco di parole è voluto).
Speciale Porn’n'Roll
(Testata: Rumore)
Questo speciale è diviso in quattro parti, pubblicate qui di seguito. Nell’ordine: L’articolo principale, Porn’n'Roll history; due interviste: X (modella italiana giovane e very smart) e Joanna Angel (la donna dietro Burning Angel e upcoming pornostar), e l’immancabile sezione link. Buona lettura.
Porn’n'Roll history
La relazione tra Sesso e Musica è antica, e ha un andamento sempre uguale da almeno 200 anni: nasce un nuovo stile musicale, subito definito dai moralisti sensuale, pelvico, e quindi condannabile. Il ballo associato a questo nuovo stile sarà osceno, vizioso o forsennato. L’abbigliamento può essere esagerato o ridicolo; spesso, nel caso di quello femminile, sarà sessualmente provocatorio, decisamente troppo nudo – insomma da troia. Questa musica si ascolta in dei locali? Saranno sicuramente angusti, semibui o promiscui. Ad essa si associa uno stile di vita e di comportamento? Come minimo sarà fannullone, ma può anche essere teppista, deviante o direttamente criminale. Naturalmente tutte queste caratteristiche vengono attribuite a uno stile soltanto da chi ne è fuori. Per chi gli appartiene invece, di solito più giovane, l’aggettivo è sempre e solo uno: cool. Oggi può sembrare assurdo, ma il Valzer (contro il quale nacque un movimento d’opinione che ne invocava il divieto) e gli Who, la Rumba e i Mötley Crüe, Billie Holiday e Missy Elliott hanno proprio questo in comune: sono osceni e diseducativi per i genitori, ma (e forse anche un po’ quindi) cool e attraenti per i figli.
A un certo punto della storia però, il corto circuito tra sesso e musica diventa esplicito; c’è una generazione che inizia a utilizzare esplicitamente i comportamenti sessuali per diffondere un messaggio. Succede negli anni ‘60: tra i giovani occidentali serpeggia un sacrosanto desiderio di ribellione. Da tutto: dal rigore di una società ancora molto arcaica, da un vestiario sostanzialmente ottocentesco, da costumi sociali scomodi e sentiti come superati, da una realtà che scoraggia brutalmente qualsiasi devianza. Uno dei campi di battaglia di questa guerra è la Liberazione Sessuale. La nudità diventa riappropriazione del corpo e rivendicazione di nuove libertà; un’immagine classica di quel tempo sono gli Hippie nudi che ballano. Questa nuova sensibilità verso il corpo non è casuale; in quello stesso periodo si diffondono i movimenti per la liberazione delle Donne e degli Omosessuali, che negli anni hanno profondamente (e beneficamente) trasformato il modo di pensare di tutti. La musica ha un ruolo importante nella diffusione di queste idee: coi testi, ma anche col suono, il vestiario, lo stile e il modo di essere.
L’impatto di questi nuovi comportamenti dei giovani sulla società occidentale è dirompente, e questa nuova sensibilità molto presto si trasferisce nell’arte e nel cinema: è la nascita della cultura Pop come la conosciamo oggi. Al centro di questa esplosione ci sono proprio Sesso e Musica, in parti uguali. Per esempio Andy Warhol, i cui lavori più interessanti di quel periodo vertono anche sul sesso e sulla musica: i Velvet Underground sono anche opera sua. E poi il caso Barbarella, film del ‘68 di Roger Vadim con Jane Fonda. L’attrice, notissima anche per le sue opinioni libertarie e un po’ hippie, interpreta un’intrepida fanciulla scarsamente vestita, dell’anno 40.000 DC, alle prese con delle sexy avventure galattiche. E la prima volta che alcuni ingredienti si combinano: lei è bellissima e gira in minigonna, però è armata e ha le idee assai chiare; ma, forse, pratica l’amore libero. Il successo è enorme, e si diffonde una nuova icona femminile: giovane, libera, gnocca, teoricamente disponibile ma inafferrabile, perché culturalmente distante; attraente ma pericolosa, anche per via delle sue idee e della sua libertà. E’ la Hippie, poi Rock e Punk Chick.
Di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, ma le cose sono cambiate pochissimo: a ogni nuovo stile che si affaccia sullo scenario del mondo si accompagnano le stesse reazioni. I punk all’inizio erano per l’appunto punk. Ma la punk in calze a rete strappate è entrata subito nell’immaginario erotico. E via di seguito: la new-waver in minigonna, la rocker in pantacollant e stivaloni, il rapper a vita bassa, il boxer che spunta, gli addominali… Lo street style è spesso fatto di provocazione anche sessuale, e la musica spesso si serve del sesso per mandare messaggi. La mitologia degli eccessi dei musicisti (spesso alimentata con gusto anche dal sottoscritto) e della speciale relazione, a volte anche sessuale, tra palco e platea (che Dio la benedica), ha fatto sì che oggi, quando si dice sesso, specie se si intende quello un po’ strano e anti-convenzionale, si finisca a parlare di musica. Penso agli eccessi di certe band degli anni ‘80/’90, su tutti i Mötley Crüe. O ai rapper come Snoop Dogg: il suo film X rated Doggy Style, del 2001, è un mix davvero inedito di videoclip e pornazzo. Ma il connubio Sesso/Musica tira in ogni sua forma: tra i titoli di serie porno di recente produzione spiccano Rap Video Auditions e Backstage Pass, e la ricerca di parole chiave come Groupie o Roadies nelle reti P2P, riserva sorprese a volte curiose. Inoltre, come spiegare le Pussycat Dolls se non come parte (visibile, ma forse non completamente rispettabile) di questo fenomeno? Ovviamente, negli anni, molte donne intelligenti hanno anche riflettuto intorno, e reagito, a questo stereotipo. Per esempio, parte del lavoro di Peaches (che sembra avere palle d’acciaio, ma di sicuro ha un cervello perfettamente funzionante) riguarda questo tema, e molto punk femminile si rivolta contro questa visione. Un’artista precursore nella riflessione su questo argomento è l’intramontabile Cosey Fanny Tutti, parte dei Throbbing Gristle e autrice, negli anni, di molte intense operazioni artistiche, legate al proprio corpo e alla pornografia. Ma gli esempi sono molti e spesso illuminanti.
La diffusione di Internet ha fatto esplodere questa miscela; da un lato si diffondono tatuaggi e piercing anche molto visibili (spesso in ambienti para-musicali), pratiche di confine tra estetica e sessualità. Dall’altro cresce la prima generazione digitale al 100%. Così, negli ultimi anni, si è affermato, in rete ma non solo, un genere di bellezza diverso da quello dominante: Suicide Girl (il sito più famoso), Burning Angel (quello apparentemente più sincero, e comunque il più esplicito; vedi l’intervista a Joanna Angel), Sick Girl (la prima community italiana del genere) sono pagine a pagamento con foto di bellezze (perlopiù donne, ma non solo) di un tipo nuovo e alternativo. E se molte/i sono strafiche/i, c’è anche grande spazio per la diversità: pancette, imperfezioni, forme magari meno dirompenti ma con attitudine da vendere (vedi l’intervista alla Angel italiana). E c’è del testo, le ragazze si raccontano, parlano dei propri gusti musicali, insomma c’è un feeling da community: una community stilistica, musicale e sessuale. Intendiamoci: sempre di porno si tratta, soft o meno (e infatti alle ragazze i servizi fotografici vengono pagati). Questo porno qui però succede, non per caso, quando la dimestichezza con gli strumenti digitali è diventata enorme: è una generazione che sa come rappresentarsi con successo usando una webcam, che comunica per immagini via Flickr o Fotolog, e che ha imparato il sesso in rete (anche forse per via della poca educazione sessuale ricevuta), un posto nel quale si trova perfettamente a proprio agio. Quindi pubblicare le proprie immagini sessuali su Internet non ha solamente a che vedere col porno: è un modo di testare i propri limiti, di dialogare coi propri difetti, insicurezze e narcisismi. Ho chiesto in giro, e tutti/e quelli/e che hanno fatto circolare immagini così, senza eccezioni, hanno sottolineato questo aspetto di liberazione. Insomma, anni fa si pensava che in futuro ci si sarebbe liberati del porno (che però allora era orrendo a vedersi e politicamente ripugnante); pare invece, curiosamente ma anche assai gradevolmente, che alla fine forse sarà (anche) il porno a liberare noi.
Intervista a X: Modest tits, big brain!
Le sue foto le trovate su diversi siti, sempre ben scelti. Ha vent’anni, un’intelligenza non comune e una grande curiosità del mondo. Probabilmente è l’unica italiana presente su Burning Angel. Qui preferisce rimanere anonima, quindi la chiameremo X.
SM: Come mai posti le tue foto su Burning Angel?
X: Perché è un sito porno con gente che potresti incontrare all’ultimo concerto dei Converge… tutti pieni di modificazioni corporee, cose che mi appassionano: il non-professionismo, cioè trovare fantasie sessuali in ambiti non patinati e a me familiari; e poi il sesso, i tatuaggi, i piercing. E io, con i miei piercing e tatuaggi, e le mie imperfezioni (“modest tits, big brain!” è il mio motto) non potevo certo mancare all’appello.
SM: Cosa ne ricavi?
X: Tralasciando il discorso noioso e psicopatologico sull’autostima, direi che ci guadagno innanzitutto grande popolarità, e quindi grande facilità di contatti a qualsiasi fine: cercare ospitalità negli States, conoscere le altre modelle, avere contatti con band per organizzare concerti, oppure semplici fans che ispirati dalla mia… ehm… arte, mi riempiono di frasi sconce e rose rosse. Guadagno anche qualche soldo, quel poco che mi basta per concedermi qualche vizio: produrre un numero della mia fanzine o un disco della mia band, organizzare un concerto, un nuovo tatuaggio o un piercing).
SM: La tua vita sessuale ne risulta migliorata?
X: Beh, se in un discorso viene fuori che ho fatto del porno, per quanto amatoriale e indipendente che fosse, e l’interlocutore ha anche solo una minima intenzione di conoscermi biblicamente, alla mia dichiarazione si accenderà una lampadina nella sua testa, e da quel momento in poi inizierà a guardarmi con gli occhi di colui/colei che pensa: “Ok: se la sono bombata e l’hanno visto su un sito internet migliaia di persone; forse farebbe lo stesso con me?” Ciò non significa che io scopi di più, però se ho intenzione di fare del sesso con qualcuno, mi basta accendere quella lampadina per avere la strada spianata, ecco. Ma non è un’equivalenza matematica, soprattutto se come me non punti a collezionare serate random di sesso animalesco, ma metti del senno nella scelta delle tue vittime.
SM: Faresti l’abbonamento a un sito analogo a BA dedicato a maschi?
X: Ho già diversi abbonamenti a siti del genere. In generale se possibile supporto i siti misti, con modelle e modelli, perché ancora di più offrono una pornografia davvero a 360 gradi, che permette anche ad una spettatrice donna di rifarsi gli occhi senza rimanere in una prospettiva, anche visiva, esclusivamente maschile. Posso dirla una cosa? Alle donne piace guardare il porno! Ecco, l’ho detta.
Intervista a Joanna Angel: The Madame of Punk Rock Porn
E’ la fondatrice di Burningangel.com, quindi una delle protagoniste del rinnovato connubio tra musica e sesso. Nel primo DVD prodotto per BA, BurningAngel.com: The Movie, ha esordito nel suo primo ruolo anal. Parla Joanna Angel.
SM: Le digicam e Internet stanno cambiando il volto della pornografia. Quali ti sembrano i cambiamenti più rilevanti? E come sarà il porno di domani?
JA: Io non esistevo prima del digitale, quindi non sono la persona giusta per risponderti: ti sembro così vecchia?! Quello che so è che la rete ha cambiato molte cose tra cui il porno, e ha consentito alle piccole aziende di esistere. Per fare un sito bastano qualche migliaio di dollari e un’idea. Prima, il solo modo di fare dei porno era attraverso una grande produzione. Oggi ci sono tanti piccoli studi che pubblicano DVD e creano contenuti diversi.
SM: Recentemente si stanno moltiplicando le connessioni tra musica e sessualità; Burning Angel, e non solo, combinano uno stile nato nella cultura Pop, con immagini sessuali. Perché pensi che questi riferimenti siano attraenti per gli spettatori?
JA: Penso che questa relazione esista da sempre. Di recente però il sesso si è maggiormente integrato nella cultura Pop. Il porno è sempre stato qualcosa di oscuro e sudicio, da fare di nascosto. Penso che il tutta la scena dell’alternative porno l’abbia reso più divertente, e quindi anche più accettabile.
SM: Qual è il business plan di BA? Da dove vengono i proventi? Quali sviluppi vedi per il futuro?
JA: L’idea è di continuare a fare quello che facciamo, e migliorare. I guadagni vendono da diverse fonti: produciamo e vendiamo DVD, e poi gli abbonamenti al sito, il merchandise, ecc. Voglio fare più video, far dirigere nuovi registi e espandere il sito.
SM: La normalità, nell’era del silicone, è una delle chiavi del successo di BA. Ci sono donne meravigliose ma c’è anche spazio per delle differenze. Mi pare un notevole cambiamento rispetto al passato. Come la vedi? E’ cambiata la percezione del pubblico, o è solo una moda e presto torneremo al modello Pamela Anderson?
JA: Il Porno è quello che il regista vuole vedere; se vuole delle bionde siliconate, lui (o lei) le metterà nei suoi film. Se vuole vedere dei maschi neri fare sesso con donne bianche, girerà dei film di quel tipo. Se più persone coi miei gusti facessero film, ce ne sarebbero di più con dentro delle Burning Angel. Non credo sia una moda: mi sembra che gente giovane e più interessante si stia avvicinando alla pornografia, e che questo fenomeno sia in espansione. Ma non dimenticare: il porno al silicone vende ancora più di quello alternative. E quel tipo di porno esisterà sempre.
Link
Guarda:
burningangel.com
suicidegirls.com
sickgirl.it (Italiano)
Leggi:
fleshbot.com (Webmag sul sesso in rete)
gloria-brame.com (Tutto sull’alt sex)
heidi666.splinder.com (Il bel blog di Miss Violetta Beauregarde, SG e molto altro)
hollywooddiaries.com (I segreti di Morgana Welch, groupie degli anni ‘70)
realcore.radiogladio.it (Il sito porno di RadioGladio)
Ascolta:
coseyfannitutti.com
peachesrocks.com
rockbitch.tv (prima porno-rock band esplicita, VM18)
Speciale MySpace
(Testata: Rumore)
Sono anch’io su Myspace, lo confesso. L’ho fatto per diverse ragioni, non ultima quella di scrivere questo articolo. Ma non solo: volevo sperimentare in prima persona come funziona il più grande network sociale del mondo. E poi era ovvio che sarebbero nate delle controversie intorno a Myspace, era solo questione di tempo; e, come sapete, le controversie mi sono simpatiche. Appena iscritto (come musicista, dopo una procedura tortuosa e a tratti scoraggiante) ovviamente mi sono messo a cercare amici, come fanno tutti; per la cronaca il mio primo amico è stato Amon Tobin. Ma già al secondo (Painé) mi è sembrata chiara una cosa: su Myspace i veri amici sono quelli veri, la gente che conosci o che ritrovi, come il buon Katzuma. Quindi ho cercato i miei cari e li ho messi nel piccolo altarino dei friends (che si dividono in due generi: i primi 8, che compaiono nella tua home page e gli altri, relegati in un infernetto raggiungibile cliccando “guarda tutti gli amici di…”). Dato però che automaticamente anch’io ero loro amico, sono immediatamente iniziate a arrivare richieste di amicizia. Innanzitutto da gente che ti stima davvero (tra cui alcuni di voi, grazie); poi i vecchi amici come Xabier Iriondo o Eraldo Bernocchi. Inoltre ci sono gli esordienti che vogliono farti sentire le loro cose: come biasimarli? E ultimi, ma non ultimi come quantità, gli amici di tutti, quelli che hanno migliaia di amici, e non appena li aggiungi iniziano a innaffiarti di messaggi (visibili nel tuo spazio): serate, aggiornamenti, réclame… Un disastro, altro che amici.
Ovviamente la prima cosa che colpisce è che ci trovi le star: che ci fa 50 Cent in una paginetta poco personalizzabile, e uguale a quella degli Unbelievable Cazzons? Sostanzialmente una sola cosa: viene sul corso a fare lo struscio. Il brutto di Internet infatti è che per visitare Fifty ti tocca andare sul suo sito, dove sei uno spettatore passivo, magari puoi scaricare un wallpaper o lasciare un commento, ma niente altro. Su Myspace invece c’è la sua musica (che puoi aggiungere alla tua pagina), le foto, i video, in certi casi perfino il blog e poi puoi diventargli amico, metterlo tra i primi 8 e identificarti pubblicamente con lui: altro che wallpaper. Peccato che Fifty quella pagina magari non l’ha nemmeno mai vista. E se Amon Tobin ha l’onestà di scrivere che lo spazio è mantenuto dal suo management, molti artisti anche italiani, perfino alcuni occasionalmente menzionati su Rumore, hanno qualcuno che gli mantiene lo spazio, gli aggiunge gli amici, e talvolta gli scrive pure il blog. Ecco una breve intervista a un curatore professionista italiano di Myspace, che ha chiesto di restare anonimo:
SM: In cosa consiste il tuo lavoro?
XX: Consiste, in parte, nella gestione-mantenimento delle pagine myspace di alcuni artisti coi quali collaboro. Dico alcuni, perché altri pare si siano svegliati e non ne abbiano più bisogno. Non faccio altro che aggiungere chiunque mi abbia inviato una richiesta di friendship (perché ovviamente non si rifiuta nessuno), leggere i commenti prima che vengano postati sulla pagina (nel caso ci fossero cose sconvenienti, insulti, bestemmie, pornografia ecc.), aggiornare la pagina con eventuali novità (come “è uscito il mio disco: compratelo!”) e aggiungere le date dei live.
SM: Cosa chiedono i visitatori di Myspace ai vip?
XX: Si dividono in fan generici, che non chiedono nulla oltre all’add. Fan femmine, i cui messaggi vanno dal “ci siamo conosciuti ti ricordi?” alle proposte sessuali. Giovani band o giovani dj che mi invitano (inutilmente) a sentire i loro pezzi sui rispettivi myspace, o magari mi chiedono recapiti per inviare dei demo. Di solito rispondo solo alle richieste relative alla logistica degli eventi; se ho un link alla serata mando quello. Poi, talvolta, l’artista si collega e risponde o scrive un po’ a chi gli pare, anche perché sempre più spesso capita di ricevere mail da altri artisti, che evidentemente si autogestiscono.
SM: Decidi tu gli 8 amici principali che compaiono nella homepage?
XX: Si li ho decisi io, poi certo se decidono di cambiarseli lo fanno, ma non lo fanno perché hanno scoperto internet l’altro ieri.
Insomma siamo lontani anni luce dalla community orizzontale che qualcuno s’immagina. E’ la solita solfa: la foto con dedica del vip firmata dalla segretaria – in versione digitale.
Poi alla fine un casino è scoppiato intorno a Myspace; l’ottimo Billy Bragg si è letto il contratto ed è saltato sulla sedia, aprendo una questione (vedi l’articolo di Pomini) e obbligando il sito a modificare la dicitura sulla proprietà dei materiali (una clausola peraltro comune, e transitata anche sui contratti di certi provider italiani). Personalmente mi sembra che ci sia un po’ di confusione, e qualche approssimazione, in questa polemica. Infatti nessun tribunale al mondo priverebbe un artista dei suoi diritti, a favore di un immenso gruppo editoriale, per via di una licenza estorta subdolamente facendo cliccare qualcuno “io accetto”; non solo, ma dal giorno dopo Myspace avrebbe chiuso: il social networking non perdona (come sanno bene certi siti che, una volta passati alle corporation, hanno avuto notevoli diminuzioni di traffico). Quindi la questione sollevata da Billy è sacrosanta nel principio, ma poco rilevante nella sostanza. Tantopiù che se vado su myspace.com/billybragg, mentre ascolto la sua musica (che resta di sua proprietà) mi guardo i banner di Murdoch (proprietario del sito), che non si sogna lontanamente di dividere i proventi con Bragg. Quindi qualcuno sta già sfruttando la nostra musica, distribuendola in tutto il mondo e guadagnandoci alle sue spalle. Ma il banner è solo la ciliegina sulla torta. La domanda giusta infatti non è: “Di chi è la musica che sta su Myspace?” Bensì: “Qual è vero il business di un sito così?”
Bragg sfiora casualmente la questione nel suo comunicato, definendo Myspace “il più grosso sito di social networking sulla piazza”. Il social networking è parte di un fenomeno molto più esteso, che gli esperti chiamano Web 2.0. Altri esempi di questo nuovo tipo di rete sono i servizi di Blog, Youtube, Google video, ecc. Insomma tutti quei siti e servizi vuoti, da riempirsi a cura degli utenti, che poi ne diffondono i contenuti nelle proprie reti di contatti. Un web attivo, vivente, dove le relazioni socio-culturali (variamente intese) si esprimono in visite, link, trackback (un meccanismo per il quale se io parlo di un altro blog nel mio, il mio commento compare automaticamente in quel blog) e amici, ma anche nella diffusione di video e canzoni in modo “virale” (come i due cinesi che fanno il playback, o la nonna che calcia il nipotino) fino a renderli fenomeni planetari. Siti nei quali il volume e il genere di traffico sono determinati da contenuti introdotti dagli utenti, e nei quali il comportamento dei visitatori è disinvolto e molto attivo. Tutto questo movimento ha delle caratteristiche sociali, culturali, demografiche, generazionali e comportamentali ben precise; l’analisi di questi dati è già oggi una miniera d’oro i per siti citati qui sopra: Google sa chi sei e cosa cerchi (e se hai la sua toolbar sa anche sempre dove sei), Youtube sa cosa guardi e cosa linki dal tuo blog, che a sua volta conosce i tuoi dati personali, l’area geografica da cui ti colleghi tu e chi ti visita. Se poi si considera che Amazon sa quanto spendi in libri e dischi, e Google Mail sa praticamente tutto di te, la situazione è chiarissima: in cambio del servizio si prendono questi dati, li elaborano come credono (con algoritmi sofisticati, e risultati sorprendenti), poi li usano e/o li rivendono. Dati esattissimi su di me, su di voi, su Billy Bragg, sui suoi amici e i suoi visitatori. Perché, comunque la pensiate, non importa quanto radicali possano essere le vostre idee e controcorrente i vostri comportamenti, siete – siamo – tutti dotati delle uniche cose che interessano a Murdoch e ai suoi simili: dei dati personali, delle abitudini di consumo e un portafogli.
Questo articolo è dedicato alla memoria di Dj Rodriguez, original funkmaster bolognese e persona profondamente perbene.
