Alt Sex (Rolling Stone)

Il © del mio culo

Pubblicato: December 2009 • Rubrica: Alt Sex (Rolling Stone)

Di chi è? Del fondoschiena medesimo certamente nostro. Ma alla sua immagine digitale possono accadere cose terribili, o magari fantastiche, ma comunque fuori dal nostro controllo.

Una delle questioni irrisolte, e forse insolubili, dei media online è quella relativa al copyright di quello che si mette su Internet. Non sto parlando di contenuti editi e quindi formalmente protetti, come musica o film (che comunque, com’è stranoto, soffrono di un problema di infringement), ma di tutto il resto: i blog, le foto del vostro Facebook, o i filmini delle vacanze su Youtube. Tutti questi contenuti, benché teoricamente di vostra esclusiva proprietà, hanno comunque una notevole circolazione aldilà della vostra cerchia. Inoltre, grazie ai PC, si può copiare, incollare, ritagliare e rimixare tutto – e le percentuali di rischio per chi lo fa sono bassissime. E’ chiaro che se uno ruba una mia foto e poi la pubblica su un giornale magari lo scopro; se invece scarica, ritaglia e rinomina la stessa foto, e poi la spaccia come sua sul suo sito, sarà molto più difficile venirlo a sapere. Negli ultimi anni, anche per via delle nuove tecnologie, si sono fatte largo nuove concezioni di © che, mentre comunque tutelano alcuni principii di base come la proprietà intellettuale, consentono alcuni usi come la copia privata o il campionamento: una band o un blogger emergente baratta volentieri un po’ di controllo con maggiore visibilità.

Nel mondo dell’Alt porn esistono due forme di furto di contenuti. La prima, a volte assai antipatica, è il détournement di immagini apparentemente innocenti che però contengono un dettaglio attinente a qualche fetish. Anni fa’, un sito di abbigliamento da lavoro (impermeabili, stivali, completi da pescatore, ecc.) si ritrovò un traffico abnorme solo verso certe immagini, linkate nei forum dei feticisti della gomma. Questo genere di reinterpretazione a volte è davvero creativa e colta: qualcuno, di recente, ha pubblicato centinaia di scansioni di numeri degli anni ‘50 e ‘60 del mensile Life, ma solo quelle dove comparivano piedi o scarpe femminili. Il versante spiacevole del détournement porno invece ci riguarda più da vicino: mentre arricchiamo la nostra collezione di immagini su Facebook non dovremmo dimenticare che la foto di un bel nonno bianco, o delle vostre sorelline che giocano, hanno un significato completamente diverso per gli amanti del genere Opa, o per dei pedofili. L’espressione “Amante degli animali” è già abbastanza ambigua senza che vi stia a raccontare che fine fanno le foto di Fido e Bubi. Se questo vi sembra intollerabile, la soluzione non è battersi per una rete più blindata, ma evitare di pubblicare certe cose – o di farci l’abitudine. Sapendo però che controllare cosa si pubblica è quasi impossibile: perfino le foto più innocenti possono nascondere un dettaglio che per qualcuno è sexy. Inoltre, a pensarci bene, da un altro punto di vista questo è bello; raconta della grande varietà di desideri sotto il cielo (e io detesto l’idea di un desiderio unico).

La questione però diventa davvero interessante nel caso si sia esibizionisti (e cioè il 100% di coloro che si pubblicano nudi in rete). In questo caso, come per la band emergente, ci si posta per essere visti, e più gente ci vede meglio è. Questo è il caso di Sissy Babette (nella foto), crossdresser submissive berlinese, che sulle sue immagini scrive: “Questo file viene postato per la pubblica umiliazione di Sissy Babette. Per piacere distribuitelo sul web come vi pare.” Purtroppo però questo gioioso scambio di piacere ha una sua dark side: ci sono moltissimi siti a pagamento che offrono sezioni Amateur fatte saccheggiando forum e newsgroup gratuiti, per poi rivendere foto e video ai loro abbonati. Lo fanno impuniti, e forti di una constatazione semplice ma spregevole: siccome è porno fatto in casa, nessuno dei protagonisti gli farebbe mai una causa esponendosi pubblicamente con nome e cognome. Insomma, c’è ancora molto lavoro da fare sul fronte del porno.

Animal Porno Planet

Pubblicato: November 2009 • Rubrica: Alt Sex (Rolling Stone)

as11092Oggi le vie della sessualità sono praticamente infinite. Ma non è sempre stato così; nella storia, il catalogo delle “perversioni” è rimasto sostanzialmente invariato per secoli. Alla fine dell’800 Krafft-Ebing ne tenta una classificazione nel libro (grazie al cielo superatissimo) Psychopatia Sexualis, dove cataloga le varie parafilie: “Manifestazioni della sessualità umana caratterizzate dall’eccitazione provocata da comportamenti o situazioni non direttamente connessi alle finalità riproduttive tipiche del sesso tradizionale” (Wikipedia). Oggi, sempre grazie al cielo, la quasi totalità di queste pratiche è stata sdoganata: non ci si scandalizza più se si parla di sesso anale, la masturbazione è considerata una pratica sana (e necessaria) e a nessuno verrebbe mai in mente di considerare l’omosessualità una malattia (salvo a essere Borghezio, ma forse essere lui è una patologia).

Eppure ancora oggi la Bestialità, o meglio il Pet Loving, fare sesso con gli animali, resta assai controverso. Illustrato in dettaglio su vasi greci e bassorilievi indiani, è invece considerato inaccettabile dalla gran parte della società odierna, benché l’amore per gli animali sia molto in voga. Chiunque conosca la pornografia storica sa benissimo che le scene di sesso tra donne e animali sono abbastanza comuni. La prima a farlo sul grande schermo fu una certa Bodil Joensen, danese, filmata nel ‘70 da Ole Ege (forse il primo regista hard della storia). Il suo film A summer day, contrabbandato anni dopo nel resto d’Europa col titolo di Animal Farm, è stato considerato per decenni il fondo del barile.

Fino all’arrivo della rete, che ha avuto un effetto molto intenso sulla pornografia: da spettacolo passivo è diventata un’attività partecipativa dove si premia l’entusiasmo e la naturalezza più dell’aspetto. E se questo è vero per il porno straight, lo è a maggior ragione per i generi più estremi. Nel terzo millennio, se vuoi fare soldi col porno vai a fare dei film mainstream. Se invece ti fai appendere per le palle, o fai sesso con gli animali, tendenzialmente lo fai anche perché ti piace – o comunque non ti preoccupa più di tanto. A pensarci bene questo è un fatto positivissimo; non solo suggerisce l’idea di una scelta consapevole e consensuale, ma produce una pornografia molto più interessante perché “vera”: non più fiction insomma, ma documentario.

Nel numero di settembre della rivista Bizarre c’è un’intervista a due dei protagonisti dell’ultima ondata di Animal porno in rete, Alan e Stray X, rispettivamente operatore/regista/webmaster e star di una lunga serie di film apparsi su vari siti negli ultimi 5 anni. Stray si dichiara femminista, è molto bella, sorridente e laureata in Fine Arts; sostiene di avere avuto questo desiderio da sempre, ma di aver trovato il coraggio di esplorarlo solo dopo aver trovato anime simili nei forum. Racconta Alan: “Avevo messo in rete un manuale semiserio per principianti su come fare sesso con un cane; ci fu un responso enorme. All’epoca l’Animal porn aveva solo un valore di shock, mentre c’era la richiesta di materiale chic, sexy, coraggioso e cool. Inoltre in quei film non c’era niente che attirasse le donne, di solito raccontate come troie senza ritegno: esattamente l’opposto della nostra filosofia.”

Naturalmente c’è una zona grigia etica abbastanza evidente: la relazione tra cane e padrone non è esattamente improntata alla libera scelta. Però spesso gli animali domestici instaurano relazioni anche sessuali con gli umani. Dice Stray: “Costringere un cane a avere un’erezione e quindi fare sesso con un umano è impossibile.” Io non so se questo sia vero. Però, se uno apprezza il genere, oggi la scelta è tra una povera baraccata brasiliana che magari lo fa per mantenere la figlia malata e Stray, o le varie altre nuove star dell’Animal, che invece si divertono. E non mi pare ci siano dubbi: come dicono a Napoli, dove c’è gusto non c’è perdenza.

Croce e Delizia

Pubblicato: October 2009 • Rubrica: Alt Sex (Rolling Stone)

La tortura fa orrore a tutti, ma incuriosisce il grande pubblico. Qualcuno poi proprio la desidera.

as1009Tale e tanta è l’attrazione dei turisti per gli strumenti di tortura che ogni città europea che si rispetti ha il suo bel museo dedicato, da Amsterdam a Londra, fino a Matera. Insomma la tortura piace, attira e suscita curiosità. Non sorprende, trattandosi di una pratica che nel corso dei secoli si è andata raffinando fino a raggiungere vette sublimi (o abiette, a scelta). Già, perché in teoria saremmo tutti capaci di fare del male a qualcuno, ma è solo attraverso l’impiego di strumenti adeguati che la sofferenza si moltiplica fino a raggiungere gradi (e zone del corpo) impensabili; soltanto in mani sapienti l’amministrazione del dolore raggiunge davvero livelli altissimi e quindi lo scopo. Oggi sappiamo che fortunatamente la tortura è fuori dalle procedure legali dei paesi civili (inclusi finalmente anche gli Stati Uniti) ma non è affatto sparita dalla fantasia occidentale, specialmente quella legata alla sessualità.

In realtà la tortura ha sempre avuto un potente elemento sessuale, e per verificarlo basta visitare uno di questi musei e osservare i disegni d’epoca: la vittima è quasi sempre seminuda, esposta, legata (in maniere a volte davvero complicate) e spesso di fronte a un pubblico attentissimo. Alcuni dei supplizi sono di natura direttamente sessuale, come l’impalamento o la dilatazione degli orifizi. Ma molti degli altri hanno comunque un posto nell’immaginario dei Sado-Masochisti. E non mi riferisco ai maniaci violenti, bensì a quella notevole quantità di esseri umani che, in una forma o nell’altra, pratica quello che in inglese si chiama Power Exchange, la volontaria cessione del potere di uno dei due partner, e l’assunzione di questo da parte dell’altro. Che è innanzitutto una dinamica psicologica (terreno magari meno ovviamente violento, ma certamente delicato) dove a volte vengono ricreati consensualmente alcuni degli scenari della tortura. A cominciare dal più importante: il dolore (o la costrizione, o magari anche solo un linguaggio più brutale) come mezzo per raggiungere uno scopo. Nella tortura naturalmente si tratta della confessione. Nel BDSM (acronimo di Bondage Domination Sado Masochism) la questione è più complessa e ognuno ha la sua teoria. Diciamo che qui lo scopo del dolore, della costrizione o della deprivazione sensoriale è il raggiungimento di uno stato, che qualcuno chiama perfino resa (surrender), e l’induzione nel Submissive (uomo o donna che sia) di una condizione chiamata Sub Space, dove l’abbandono è totale. Naturalmente, essendo il motto della comunità BDSM Safe, Sane and Consensual (sicuro, sano di mente e consensuale), tutto questo accade in un clima di fiducia totale; ciò nonostante il clima di una session può essere davvero rovente, e non poi così dissimile da quello descritto nei musei della tortura.

Nei quali si vedono perlopiù stampe e riproduzioni di macchinari, a volte ingegnosissimi, per terrorizzare, torturare e spesso uccidere le vittime: impalatoi, rulli infernali per lo smembramento, la Vergine di Norimberga, la Ruota di Caterina o il dilatatore anal-vaginal-orale a vite che vedete nella foto, dotato di perfidi uncini terminali. Strumenti e immagini che però raccontano anche di una sapienza raffinatissima, sia fisica che psicologica (alcuni di questi oggetti sembrano essere più che altro deterrenti), di una conoscenza del corpo umano (e dei suoi punti deboli) davvero sopraffina e di una grande immaginazione nel creare, e utilizzare, uno strumentario adatto alla bisogna. Tutte cose che oggi sopravvivono nel BDSM, e che sono considerate le qualità di un bravo Dominant (uomo o donna che sia). Insomma la tortura spaventa, repelle ma attira: è spaventosa se non consensuale, ma per alcuni spaventosamente attraente se praticata con sensatezza e senza danni fisici. La prima è finalmente finita nei musei, mentre la seconda si diffonde ogni anno di più. Per fortuna tra adulti consenzienti è ancora quasi tutto permesso – perfino in Italia.

Il desiderio oltre la legge

Pubblicato: September 2009 • Rubrica: Alt Sex (Rolling Stone)

Pornografia e cultura R’n'R hanno oramai talmente tanti punti di contatto che ci si potrebbe scrivere su un bel saggio, perfino abbastanza corposo. Con alcuni capitoli ovvi, ma fondamentali: Mötley Crüe, Marylin Manson, Snoop Dogg, ecc. Ma di solito si tratta di incroci tra generi, di scambio (reciproco) di codici e estetiche. Poi di recente, grazie alla popolarità dei Reality, andrebbero aggiunti anche Bret Michaels (cantante dei Poison) e Flavor Flav dei Public Enemy: i rispettivi dating show, Rock of Love e Flavor of Love, sono all’incrocio tra Pop, Reality e Porno. Tutti questi esempi però appartengono all’universo mainstream – sia del Porno che della musica. Viceversa a noi (o comunque a molti di noi) il Rock’n'roll interessa come mentalità, come vettore di etica, stile di vita e comportamenti, anche estremi. Il vero megafono della rivoluzione degli anni ‘60 (che ha cambiato il mondo, benché Italo Bocchino sia convinto del contrario) è stata la musica: non è un caso che gli adulti fossero allarmatissimi dal fenomeno R’n'R, e ci siano stati tentativi seri di proibirlo. Non solo per via degli ancheggiamenti, ma anche per i contenuti trasgressivi che quella musica si portava dietro. E negli anni successivi, il Rock è stata la casa naturale di quasi tutti i comportamenti estremi e pericolosi (quindi affascinanti): le droghe, l’alcool, la velocità, il sesso disinvolto, la vita spericolata, il satanismo… Anche per via della sua natura di linguaggio generazionale, la musica è sempre stata un veicolo perfetto per la trasgressione.

Questo, per molti versi, è vero anche nella Pornografia. Con una enorme differenza: fino a qualche anno fa, produrre e distribuire un Porno era una questione per pochissimi, e la distribuzione incideva pesantemente sulla reperibilità di molti film, magari di nicchia. Oggi, grazie alla rivoluzione digitale, stiamo assistendo a una democratizzazione della Pornografia che ha moltissimi aspetti in comune con il R’n'R. A cominciare dalle trasgressioni, di ogni genere. Ho già scritto della moda di pubblicarsi nudi su Myspace, che poi ti sospende l’account. Esistono filmini dello stesso genere, e c’è sempre un sottofondo musicale per nulla casuale, anzi: tutta l’estetica della persona, dalla musica al vestiario alle pose, è armonizzata col suono – che sia Gothic, Hip hop o Postpunk. Ma c’è molto di più: in quella zona grigia tra foto-album, ubriachezza festaiola e disinvoltura digitale si trovano immagini davvero curiose. Esiste un genere all’incrocio tra Jackass, Candid camera e Porno in cui si fa sesso (e ci si filma) in posti pericolosi, come appoggiati a una macchina della polizia parcheggiata, o nelle aiuole spartitraffico dell’autostrada. Filmini di pippette in biblioteca, di orgasmi in ascensore e di scopatine veloci in metropolitana, dove sesso e trasgressione funzionano insieme.

O per esempio le droghe: negli ultimi tre, quattro anni è sempre più frequente trovare immagini che includono elementi sessuali e uso di stupefacenti. Signorine seminude che si fumano dei Bong, o che sniffano Cocaina dall’uccello del fidanzato; allegre casalinghe con cannetta prima o dopo un’orgia, maschioni tatuati che fumano Crack e poi fanno sesso violento (tra di loro, believe it or not). Anche le armi sono comparse nei Porno amatoriali, naturalmente: non solo si tratta di oggetti estremamente sexy (e sessuali), ma anche molto trasgressivi, che suggeriscono uno stile di vita estremo. Ovviamente non è che ci si sparano: le mostrano, le indossano e a volte le feticizzano, proprio come in certi video rap, dove però armi e droghe sono censurate.

Insomma, il Porno oggi è uno dei luoghi prediletti delle trasgressioni, in un mondo intensamente controllato, purificato e sostanzialmente sempre più proibizionista. E’ una zona semilegale e underground dove invece molto è permesso aldilà del sesso. E, nel 2009, rimasto è l’unico posto dove Sesso, Droga e R’n'R si possono clandestinamente ritrovare insieme.