Alt Sex 2.0 #7
Quello per i piedi femminili è certamente il feticcio per antonomasia, benché ormai siano pochissime le parti del corpo non feticizzate. Eppure il piede resiste altissimo tra le predilezioni. Degli zozzoni? Macché: quella delle estremità inferiori (maschili e femminili) è una passione comunissima, trasversale e ormai socialmente accettabile. Se ne allude in pubblicità, nella moda e se ne parla tra amici. Spesso non c’è nemmeno bisogno di interagirci, coi piedi: ne basta l’adorazione silente. Naturalmente in rete si trovano immagini di ogni genere: piedi in posa o in azione, nudi o con calze di ogni genere (dal tubolare alle autoreggenti) e scarpe di ogni foggia. Il partito degli amanti dei piedi è immenso, e si manifesta in mille modi, da certi sguardi sull’autobus fino al coronamento del sogno di una vita: essere commessi in un negozio di scarpe da donna. Un lavoro per alcuni, il paradiso per altri.
Sex, Drugs & Botulino
Leggo su Repubblica una dichiarazione di Luciano Ligabue fatta nel giorno del suo cinquantesimo compleanno (che io ho festeggiato lo scorso settembre): “Resto un diciottenne in un corpo sbagliato. Sono un “diversamente” giovane.” Siccome trovo questa sua affermazione molto interessante, vorrei aprire il dibattito: “Cosa significa invecchiare essendo gente Rock’n'roll? Si può essere sessantenni in un corpo normale, e quindi maturi o perfino vecchi, mantenendo un grado di rockismo, o bisogna tingersi i capelli per essere credibili?” Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano Vasco o Pelù (che sta per arrivarci anche lui), ma pure i collaboratori di Rumore (alcuni dei quali più o meno miei coetanei), e naturalmente voi: vi fa impressione un rocker coi capelli bianchi?
La frase di Liga rivela un intenso disagio. Infatti a proposito dei suoi 50 usa definizioni assai forti, che rimandano da un lato alla transessualità (il “corpo sbagliato” di solito riguarda il genere sessuale) e dall’altro addirittura alla disabilità: “diversamente” si usa per cose tipo camminare, vederci, ecc. L’intensa infelicità di queste espressioni, e dello stato d’animo che riflettono, fa pensare. Iniziamo dalla seconda: in che modo un over 50 (o anche 40, se è per questo) è diverso da un giovane? Beh, certamente il corpo cambia molto, e aderire a certi canoni estetici diventa difficile, se non impossibile. Da Elvis coi chiapponi mezzi fuori per via della ciccia che gli strabordava dai pantaloni attillatissimi, fino a Gene Simmons dei Kiss, pure lui sovrappeso e fuori forma, inguainato dentro la tutina d’ordinanza, sappiamo tutti cosa vuol dire invecchiare senza esserne consapevoli: non si sa se fai più ridere o più pena. Poi c’è un’altra ipotesi: che Luciano abbia una mente da diciottenne – cazzona, immatura e svagata – in un corpo anziano. Ma mi sembra un’idea talmente terribile che non voglio nemmeno ipotizzarla, perché un conto è discutere le sue idee, tutto un altro è mancargli di rispetto. E non posso pensare che il Liga se lo sia mancato da sé.
Poi ci sono i maturi resistenti, quelli che non si rassegnano – in qualche modo rappresentati dalla metafora transessuale. Costoro non accettano il loro destino di invecchianti ma combattono quel maledetto corpo sbagliato: palestra, lettini, trattamenti ringiovanenti, diete surreali. Peggio ancora: se ci si pensa bene, l’equivalente delle operazioni di cambio di sesso sono le operazioni per il cambio di età. Quindi se Luciano volesse ricongiungersi a un corpo che sente più suo, oltre a tingersi i capelli dovrebbe fare come ha fatto Berlusconi, che era chiaramente un “diversamente” senza pappagorgia, o la Ventura, altro ovvio caso di “diversamente” giovane. Cosa dire poi di La Russa, ministro della difesa dalla ricrescita, in perenne guerra (persa quasi sempre) con quella del suo pizzetto artificialmente corvino? E vogliamo dimenticare Emilio Fede, evidentemente prigioniero di borse sotto gli occhi che lui non sentiva sue, e che non lo rappresentavano?
Quindi il povero Luciano si aggiunge a una schiera foltissima di transessuali dell’età, di handicappati del tempo: il ringiovanimento è uno dei grandi business del XXI secolo, e non c’è niente di strano nelle idee di Liga. Rincuora, e fa piacere, sapere che esistono altre vie alla terza età R’n'r: da Keith Richards che espone con orgoglio la sua geografia di rughe, nonché l’artrosi alle mani (nella foto), a Bob Dylan che diventa ogni anno più bello, fino a Leonard Cohen, Michael Stipe, Patti Smith – tutti invecchiati, tutti stupendi, forse perfino meglio della versione ventenne, e tutti molto R’n'r. Vorrei chiudere ricordando un grandissimo minore, Ian Dury, che coi suoi Blockheads ci ha fatto sognare negli anni ‘80, per me altrimenti noiosissimi. Dury quando ha raggiunto la notorietà era quasi quarantenne e camminava con le stampelle. Questo però non gli ha mai impedito di essere meravigliosamente, furiosamente, perfettamente, definitivamente Rock’n'roll.
Alt Sex 2.0 #6
Il porno hard ci ha abituato, ormai da quarant’anni, a una sensualità scura e a volte ossessiva. A ricordarci che invece il sesso può anche essere allegro e scherzoso c’è il Burlesque, recentemente sdoganato perfino a Sanremo. Il genere (che da noi si è sempre chiamato Strip Tease) esplode negli anni ‘40 e ‘50: anni di boom, di esotismo, di liberazioni e, di li a poco, di R’n'r. Il Burlesque, tra sorrisi e ammiccamenti, per primo sovverte l’immagine femminile tradizionale, proponendo donne sensuali ma forti, liberate e sorridenti dai nomi d’arte che evocano forze della natura, come Tempest Storm e Blaze Starr. Qui non c’è nudità totale, e men che meno sesso esplicito. Ciò che si vede conta quanto quello che si evoca, anche attraverso costumi e oggetti di scena: dalle baiadere alle pistolere, fino alla giungla e perfino alla mitologia. Non solo per arrapare, ma soprattutto per far sognare.
Buona la prima
Una delle ultime novità in fatto di packaging discografico (che, dai best con inedito alle compilation, meriterebbe un intero numero di InSound) è la ristampa filologica-integrale-ultima-definitiva; naturalmente questo tipo di disco esiste da molto, ma ultimamente il fenomeno sembra ingigantirsi. Non è solo la musica a reimpacchetarsi. Gran parte dei DVD in commercio promettono contenuti speciali, interviste, “dietro le quinte” e simili (a volte interessanti), le scene tagliate e – sempre più di frequente – il director’s cut. Prodotti diversi, ma con un intento simile: mostrare un’opera magari amatissima in una nuova versione, con contenuti inediti, versioni alternative, brani eliminati dall’opera originale, per restituircene la genesi e darci un quadro più completo. O anche solo rivenderci un film per la terza volta: hai comprato il VHS e poi il DVD. Puoi forse vivere senza la versione Blu-Ray (o il Super Audio CD) con tutte le scene tagliate, il commento della sarta e il trailer bulgaro originale?
Sul versante musicale in fenomeno nasce col Jazz, la feticizzazione di certi solisti (a volte giustificatissima, come quella di Charlie Parker) e la stampa dell’opera omnia di questi artisti, comprensiva delle Alternate Tracks – versioni di brani alle quali, per qualche ragione, ne sono state preferite altre. Ovviamente nel caso dei jazzisti la cosa è ampiamente comprensibile: l’assolo della versione 31 di Ornitology magari è completamente diverso da quello della 76, e benché ad ambedue sia stata preferita la versione 13, un filologo (o anche semplicemente un fan) le vuole tutte. Non solo: in certi casi (come appunto Parker) sono state incluse anche le take interrotte a metà, e ho spesso sognato di fare un disco contenente soltanto i buffissimi richiamo vocali utilizzati da Bird per interrompere le registrazioni.
Da qualche tempo questo metodo si è applicato anche a famosi dischi Pop: la recente ristampa di Exile on Main Street dei Rolling Stones (su doppio CD con una certa quantità di inediti e versioni scartate), uno degli album rock più (giustificatamente) feticizzati della storia, certamente aggiunge alcuni piccoli pezzi del puzzle di questo importante album. Purtroppo tra le varie foto delle session (realizzate nel seminterrato di una villa in Costa Azzurra) ne manca una fondamentale, quella del solo ventilatore presente che ha ispirato la sublime Ventilator Blues. Ma per il resto c’è tutto.
Ma pure questo tutto, perfino nelle mani di un fan di quell’album (il sottoscritto), non aggiunge una singola virgola alla bellezza dell’originale. E purtroppo, almeno nella mia esperienza, questa è la regola. Non solo, ma quasi sempre mi trovo a concordare con chi ha compilato la scaletta originaria: quelle scelte all’inizio erano quasi sempre le canzoni migliori. Questo vale per la musica ma anche per il cinema: nessuno dei director’s cut che ho visto mi ha convinto quanto l’originale. Anzi, a volte è stata un’esperienza noiosissima. Nessuno dei finali alternativi spesso presenti sui DVD mi è mai piaciuto quanto l’originale. E, tranne in rari casi, non mi affeziono quasi mai ai nuovi mix, ai restauri radicali o a certe rimasterizzazioni estreme: la versione su vinile (un po’ malconcia ma ascoltabile) di The Dark Side of The Moon che possiedo dal ‘73 continua a essere la migliore di tutte. E semmai ne esistessero alternate track o canzoni eliminate per piacere non ditemelo; per me la scaletta di questo album è davvero perfetta, e semmai ce ne fosse un’altra non vorrei mai doverla ascoltare.


