| Furbizia
molesta
di Sergio Messina/RadioGladio
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A Roma per descrivere
i furbi si usa un'espressione assai azzeccata, anche se un po' forte:
paraculi. Questo termine, solo apparentemente dispregiativo, descrive
benissimo l'ambiguità che c'è intorno a questa condizione
umana (appunto la furbizia, o paraculaggine). Paraculo infatti parrebbe
derivare da "pararsi il culo", altra pittoresca espressione
capitolina che significa proteggersi, mettersi al sicuro (mettendo in
salvo il bene più prezioso - curiosamente di tutti quanti proprio
il culo). Quindi il paraculo è contemporaneamente colui che si
protegge ("Pe' sicurezza me so' parato er culo") e colui che
cerca di saltare la fila ("Ao, anvedi 'sto paraculo"). L'espressione
"Quello è propio un paraculo" è insieme positiva
e negativa: spesso lo si è detto di politici che poi si votavano
proprio per questa ragione. Se ci pensate bene (comunque la pensiate)
il nostro attuale premier è stato eletto proprio in virtù
della sua furbizia. Chi l'ha votato pensa che sarà furbo anche
per gli italiani; chi invece è contro pensa che continuerà
a fare quello che ha sempre fatto: essere furbo per il suo proprio tornaconto.
La furbizia quindi è insieme una dote e un difetto: dipende dal
senso etico del furbo in questione. Se uno usa la propria furbizia per
migliorare la propria vita è certamente una gran cosa; se lo
fà a spese degli altri allora no. Confina con la scaltrezza da
una parte e con la stronzaggine pura dall'altra (quella furberia ottusa
perfettamente rappresentata dal cazzone che salta la fila alle poste).
Nei bambini la furberia è solitamente apprezzata, perlopiù
dai genitori stessi, che la interpretano come un segnale che il bambino
si farà strada nella vita. Solo quando si accorgono che a nove
anni tocca il culo alla maestra, fuma e ricatta la nonna capiscono che
questa qualità può anche essere un difetto.
Ma non ce n'è: a me il furbo molto furbo lascia sempre un sapore
di fregatura, perfino se è un furbo di genio. Penso per esempio
a Moby (a mio modo di vedere il "Paraculo dei paraculi"),
che, dopo aver fatto un album ultrapop, strafurbo e puttano (Play),
aver programmaticamente concesso a chiunque l'abbia chiesta la licenza
di usare i suoi pezzi in pubblicità ammassando così una
fortuna gigantesca (Wired, maggio 2002), continua a ripetere alla stampa:
"Che strano, io non pensavo di avere tanto successo". Il che
dimostra che sarà pure un grandissimo paraculo ma non è
sublime: il vero furbo di genio sta zitto e incassa, senza voler strafare.
Per un paraculo esagerato ce ne sono poi una quantità che sono
simpatici ed innocui; gli Offspring sono probabilmente il gruppo musicale
meno originale dall'invenzione della musica in poi. La furbata che c'è
dietro il loro successo, la stessa che c'è dietro il successo
di moltissimi divi del pop, è in realtà una delle regole
auree dell'industria discografica (che se almeno fosse furba staremmo
tutti un po' meglio): una canzone di successo deve sembrare già
sentita. Quelle degli Offspring (o di Zucchero, o di Marilyn Manson)
rispondono inderogabilmente a questa regola. Idem per le cover, i tributi,
i remake, etc: paraculate, perlopiù, ma indolori.
Furbizia e intelligenza hanno un rapporto curioso; spesso vanno insieme
ma non sempre; ci sono mille esempi di persone intelligenti ma non furbe
(io, tanto per dire) e viceversa; potremmo definire la furbizia come
la capacità di utilizzare con efficienza i meccanismi che governano
il mondo. Se lo si fa senza intaccare i diritti degli altri (o offendere
la furbizia altrui, come nel caso del burlone Moby) va benissimo; se
invece questo uso del mondo va a svantaggio della collettività
(come nel caso delle majors che vogliono l'iva al 4%, secondo me senza
averne alcun diritto, e poi sui cd applicano il "ticket tv"
- e cioè ci fanno pagare la loro réclame) allora non va:
dipende, come si diceva, sempre e solo dal tasso di senso etico del
furbo in questione (dato non rilevabile, nel caso delle majors).
(Luglio - Agosto 2002)
© edizioni apache/sergio messina
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