| Jazz
not dead
di Sergio Messina/RadioGladio
www.radiogladio.it
Ecco un genere poco frequentato su Rumore, giustamente. Noi ci occupiamo
di musiche nuove, o semmai di vecchie che tornano, ma comunque di suoni
ancora viventi; il Jazz, quello sassofonato e spazzolato, è tenuto
in vita artificialmente come la musica barocca. L'ultima sua incarnazione
è stata la fusion degli anni '80, una musica così superflua
che mi faccio impressione solo ad averne scritto il nome. Non ce n'è:
il Jazz è morto. La cosa buffa è che questa affermazione
è stata fatta molte volte dai critici fin dagli anni '50, e forse
avevano già ragione. Detto questo, per un lungo periodo ho pensato
che il Jazz fosse tra le cose più belle al mondo e in qualche
modo lo penso ancora. Vorrei spiegare perché.
Per convenzione si fa coincidere la nascita del Jazz con l'inizio del
'900. Beh, si può ragionevolmente sostenere che fino al 1950
il Jazz è stato esattamente come la House. Ambedue le musiche
nascono underground, in piccoli club, con una funzione esclusiva: far
ballare la gente. In tutti e due i casi prima della musica viene il
ritmo, che deve essere perfetto. Dice Duke Ellington: "It ain't
the melody, it ain't the music, there's something else that makes this
tune complete. It don't mean a thing if it ain't got that swing".
Capito? Non è la musica ma il beat (che lui chiama swing) che
rende la musica bella; se chiedete a Coccoluto vi dice esattamente la
stessa cosa. E c'è di più: ambedue le musiche sono portatrici
di uno stile, di un dress code che nel caso del Jazz era fantastico:
zoot suit, baggy pants, cappelli che levati. Anche il Jazz è
stato associato alle droghe, innanzitutto la marijuana; infatti sia
Jazz e House sono musiche di frenesia ed estasi: se ascoltate le registrazioni
dal vivo della big band di Count Basie (un genio totale, iperstiloso
e straballabile) sentite le stesse identiche grida che punteggiano un
buon dj set House. Negli anni '30 si tenevano battaglie di big band,
e la gente decretava i vincitori strillando e ballando. I più
bravi ottenevano lunghi ingaggi nei club dove la gente tornava sera
dopo sera, magneticamente attratta dalla perizia della band nel muovergli
il culo. Somiglia a qualcosa?
E ancora: come la House anche il Jazz è nato in piccoli club
per poca gente molto avanti. Poi piano piano ha cominciato a permeare
tutta la musica pop dell'epoca, fino a diventare il sottofondo (spesso
vuoto e meccanico) dei grandi cantanti come Sinatra, perlopiù
bianchi. Esattamente quello che è successo prima coi beat Hip
hop (ormai usati per qualsiasi spot di pannoloni) e poi con la cassa
dritta. Il Jazz dell'inizio era una musica fatta da ignorantoni con
stile a pacchi, che privilegiavano l'energia pura alla ricerca melodica
e alla perfezione strumentale: era una musica immediata, che produceva
il suo effetto nella collisione con le gambe del pubblico. Una musica
frenetica e liberatoria, spesso considerata corruttrice da chi non la
capiva. Che vi ricorda?
Poi ad un certo punto il Jazz s'è incartato, è diventato
intellettuale, complicato. Ha continuato a produrre geni (tra cui Miles
Davis e John Coltrane, che sono nella Storia della Musica come Bach)
ma è diventato una musica d'arte per pochi e s'è incarcato
nel suo elitarismo, spegnendosi serenamente negli anni '80 (subito dopo
aver partorito il mostriciattolo fusion).
Eppure lo spirito del Jazz sopravvive. Ma non nella logorrea sassofonica
incravattata proposta nei costosi club del centro, ne' nella dotta disamina
di ogni scoreggetta del dott. Wynton Marsalis sulle riviste specializzate.
No, il Jazz vive in molte delle musiche che piacciono a noi: nelle curiose
avventure ritmiche di Kid Koala e nelle maestose strutture di Amon Tobin;
nel killer instinct di Carl Craig e nelle inesorabili progressioni di
Francois K. Nelle metriche del sublime Dj Gruff (un grande jazzista
italiano contemporaneo) e negli incastri di Akufen. No, il Jazz non
è morto; si nasconde, per non farsi trovare da quei signori coi
mocassini che lo cercano per strapazzarlo ancora: mi raccomando non
glielo dite.
(Aprile 2004)
© edizioni apache/sergio messina
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