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Per quattr’ore d’amore

Le principali differenze tra le pubblicità italiane (o europee) e quelle americane sono due. La prima riguarda le campagne comparative: negli USA è possibile fare dei confronti (ovviamente a proprio favore) nelle pubblicità. Tra le battaglie titaniche alle quali ho assistito mentre ero lì ci sono quella del zuppificio Progresso contro tutti gli altri (Campbell in testa) – e quella della compagnia telefonica Verizon contro la AT&T sulla maggiore copertura di segnale (nella foto). L’idea mi piace? Non saprei. E’ ovvio che vinca chi ha più soldi da spendere, e alla fine il consumatore non è che ne sappia molto di più. Però guardare due colossi sbranarsi (o comunque perdere la calma, come ha fatto Nescafè quando è uscito sul mercato USA l’instant coffee di Starbucks, altrettanto imbevibile ma immensamente più costoso e cool) è un bello spettacolo.

La seconda riguarda la reclàme delle medicine prescription, quelle per le quali ci vuole la ricetta medica. Questo suggerisce un rapporto diverso tra medico e paziente, il quale grazie alla pubblicità sa già cosa vuole. Questo capita anche da noi, ma negli USA è proprio previsto. In tv vanno molto tranquillanti, sonniferi, ansiolitici e naturalmente tutti i farmaci utili alle patologie croniche – il vero business delle case farmaceutiche: l’asma, il diabete, il cuore e ovviamente la mazza.

Questo è lo spot Tango che reclamizza il Viagra. Oltre al sublime ritornello Viva Viagra (sulla melodia di Viva Las Vegas di Elvis), fate caso agli effetti collaterali detti in dettaglio con la stessa voce e velocità di quelli positivi (devono farlo per legge negli USA, diversamente da qui dove gli speaker fanno a gara a chi li sciorina in meno tempo). La mia preferita resta l’avvertenza: “Seek immediate medical help for an erection lasting more than four hours”. Azz’.

Viva il wwweb

Ogni tanto ci si chiede se qualcosa è morto. Stavolta la vittima designata sarebbe il Web. Ha apero il dibattito Chris Anderson su Wired, poi ripreso da molta stampa, anche italiana. In soldoni l’idea sarebbe che il Web (www punto qualcosa, insomma quello su cui leggete Fosforo al momento) starebbe morendo, mentre invece cresce l’uso di Internet (la rete digitale che comprende anche il www ma non solo) che però oggi sarebbe sostanzialmente utilizzata attraverso altre sottoreti chiuse come Facebook o le App per gli smartphone, nonché dal video (sostanzialmente Youtube).

Molto interessante, certamente in qualche misura vero – e pure inevitabile: per quelli che la mia webmistress chiama gli Utonti medi, le App per Iphone (o le ignobili sciocchezze digitali di Facebook) sono assai più semplici e gratificanti di un buon software di FTP (altro protocollo di internet non www). I numeri d’altronde parlano chiaro: “Nel 2010 la banda usata per il web si limita al 23% di quella complessiva.” (dati Cisco)

La mia esperienza mi dice che questo è un fatto pessimo. Iniziamo dalle App: accedere alla distribuzione di programmi per Iphone/Ipad tramite Itunes (l’unica autorizzata da Apple) prevede una verifica dei contenuti da parte dell’azienda di Steve Jobs, che ha recentemente dichiarato: “Chi vuole il porno può comprarsi un telefono Android.” Quindi per esempio una eventuale app per Iphone del mio blog sul porno non passerebbe mai, e non escluderei obiezioni anche sul libero pensare in genere, specie in Italia. Di Facebook e della sua censura dell’invito al mio spettacolo ho già scritto (senza avere alcuna risposta da quelle facce da libro, naturalmente). Il punto è che limitare il mare del web dentro laghetti più controllabili è esattamente quello che vorrebbero i politici italiani, e che io oggi posso scrivere quello che scrivo come lo scrivo anche perché non devo sottoporre i miei contenuti a un filtro aziendale della Apple, di Facebook o di chicchessia. Se la rete fosse solo quella filtrabile a monte, io non esisterei affatto – esattamente come non esisto per i media italiani (di destra e di sinistra, con rarissime eccezioni) da circa vent’anni.

Emerito

Accanirsi sui morti non mi è mai sembrato bello. Però naturalmente si possono e devono fare delle eccezioni alle regole, e nessuna mi pare più appropriata di Francesco Cossiga. Vi risparmio la litania di chi se l’è ritrovato prima come Ministro degli Interni (si, c’ero anche io in piazza a Roma quel 12 maggio 1977), poi come Capo del Governo e infine come Presidente della Repubblica in deriva psichica.

Voglio essere signorile. Diciamo che Cossiga rappresenta un’epoca orribile della storia italiana. Aveva dei riferimenti culturali ormai incomprensibili, un umorismo antico e imbarazzante, delle passioni grottesche e definitivamente scomparse, un gusto per l’intrigo assolutamente inappropriato, insomma Cossiga era l’altroieri – un altroieri che sono felice sia passato a miglior vita e che spero non ritorni mai più.

(immagine tratta dal sito di Rolling Stone)

100% Made in Italy

Sulla questione della neo-signora Fini, del cognato a Montecarlo, ecc. per me vale esattamente quello che valeva per Marrazzo e per le ragazzotte di Berlusconi: tra maggiorenni tutto è possibile, e nessuno di questi comportamenti pare essere perseguibile penalmente. Poi c’è sempre quella parola fuori moda, opportunità, che però a nessun politico piace: ho rivisto ieri la puntata di Report sul doppio incarico di sindaci e governatori, e tutti dicono sempre “la legge lo consente”, ma non si chiedono mai se sia opportuno o meno. E’ legale che uno abbia degli appalti alla Rai solo (o anche) perché è un cognato? Certamente sì, altrimenti le galere sarebbero perfino più piene. E’ opportuno? Mah, qua ognuno la pensa come crede. Ho vissuto abbastanza, passando circa due anni a viale Mazzini, 14 (al riparo a Radio 1, poco appetibile per i politici), per aver visto lavorare (si fa per dire) mandrie, orde, moltitudini di cognati di qualsiasi colore, forma e (abitualmente scarso) contenuto. Quindi che il cognato di Fini faccia questo di professione (mentre dicono che prima facesse il cognato di Gaucci) non mi meraviglia per niente.

Però, esattamente come nel caso di Marrazzo, delle ragazzotte di Berlusconi, delle cenette con trame occulte e tutti gli altri comportamenti magari legali, oltre a notare lo scarso senso di opportunità mi affascina sempre (e mi riempie di orrore) lo scenario. Verdini che incontra Flavio Carboni nel cinquecentesco Palazzo Pecci Blunt, Silvio col lettone di Putin, Fini che si fidanza con la ex di Gaucci che però prima aveva vinto all’Enalotto affidando al bancarottiere la vincita (mentre lui sostiene il contrario), e quindi piazza il fratello come appaltatore Rai… Tutto legale, tutto nella grande tradizione d’Italia – dove praticamente chiunque farebbe esattamente la stessa cosa, e se non lo fai sei proprio un coglione.

The dark side of the dark

Nel caso in cui ve lo steste chiedendo, ecco a voi i Full Brunetta bros (da questa foto, quasi imbattibile):

Ma la realtà batte sempre la fantasia – vedi i Giovanardi.

Compitino d’agosto

Apprendo stamattina della creazione di un gruppo di lavoro (capitanato dal ministro Brunetta) per regolamentare Internet. Si chiama Progetto Azuni (dal nome del cittadino sardo incaricato alla fine del ‘700 di redigere un codice delle regole della navigazione) e, entro 30 (trenta) giorni da ieri (quindi in agosto), deve affrontare e “risolvere” le seguenti questioni (dal sito del progetto):

• la cosiddetta “incertezza dinamica” che contraddistingue Internet, per il concomitante agire di fattori quali la crescita stocastica della rete, la irreversibilità e la multilateralità della crescita stessa;

• l’architettura complessa della Rete, la sua natura multi-stakeholders e i modelli “aperti” (open source e open data);

• gli effetti sul funzionamento dei sistemi democratici (e-democracy, digital divide, e-inclusion, e-government);

• i temi legati alla privacy e alla dignità della persona che si confrontano con l’uso dei mezzi elettronici che pone nuove sfide di ambito territoriale, scala e velocità;

• la remunerazione del lavoro intellettuale, inclusa la ridefinizione degli strumenti regolamentari in materia di copyright;

• l’analisi della esistenza e/o della dimensione di fenomeni genericamente considerati fattori “devianti”, quali ad esempio l’eccesso di informazione, la disinformazione;

• possibili forme e limiti di intervento in termini di tradizionali strumenti di policy: accountability, regolazione, enforcement, incentivi e codici di autoregolamentazione a livello nazionale, europeo e internazionale.

Non posso non notare (come fa Zambardino nel suo blog) che le parole inglesi andrebbero sempre usate al singolare. Inoltre mi chiedo quanti, oltre a Brunetta e ai suoi camerati, considerino “deviante” l’eccesso di informazione (viene in mente la questione Wikileaks), Infine mi domando: cosa mai intenderà fare Brunetta per risolvere “la crescita stocastica della rete, la irreversibilità e la multilateralità della crescita stessa”? E la sua soluzione prevederà l’uso del waterboarding?

PS: Ho dimenticato di aggiungere che, sempre sul sito, c’è un forum/mailing list sul quale dare consigli e suggerimenti (sulla cui utilità, alla luce dell’immensità dei problemi posti e del necessario coordinamento globale per provare a discutere anche solo uno di questi argomenti, ognuno la pensa come vuole).

I killed the goat

Out of a classic attack of “mediterranean august void madness” (a psychic disorder that affects people who live around the mediterranean area when their entire town closes up for holidays and they’re home with little to do) this morning I’ve decided to perform a delicate surgery procedure on my face: I removed my goatee – keeping only the moustache and my puny soul patch. The startling result was the rediscovery of my chin, buried in hair for 15 years. So, for those of you who met me after 1995, here’s my (on its way to double) chin. Special thanks to Nico Celada for suggesting this move.

Stamattina, per via di quella strana follia che prende la gente a agosto (specie quella che si trova in città, anche di passaggio), ho intrapreso una missione di speleologia del pelo facciale, eliminando (dopo ben 15 anni di onorato servizio) il mio pizzetto e scoprendo un mento dimenticato. Ora, dimenticare il proprio mento è un fatto gravissimo (anche da un punto di vista lessicale), quindi ho deciso di fare ammenda condividendo con voi gli esiti di questa operazione semplice ma ricca di implicazioni (non solo concernenti la rieducazione alla delicata rasatura dell’area). Si ringrazia Nico Celada per la consulenza estetica.

50 pastarelle

Gli anni ‘60 sono stati anni di progresso veloce e sperimentazione in molte aree diverse – anche nella musica. In questi anni si formalizza definitivamente un genere che diventerà cool (per poche settimane) solo moltissimi anni dopo, l’Exotica. L’oriente da cartolina, il sudamerica hollywoodiano, il Messico morricone (aggettivo), le Hawaii o Cuba rese potabili per il grande pubblico. In un certo senso si tratta di musica fantastica nel senso della letteratura fantastica: tra le cose più sublimi di quegli anni c’è Yma Sumac che s’inventa il folklore dei Jivaro o del culto di Xtabay (sul cui album c’è Chunco, uno degli exploit vocali più stupefacenti mai registrato su disco). Qui siamo in una zona contigua ma assai meno sublime e più prevedibile: il folklore centroamericano, protagonista di questo album, è ben noto. Quello che è sperimentale naturalmente è la formazione. 50 chitarre? Così pare, anche se l’ascolto dell’album è un po’ una delusione. L’unico brivido me lo da l’ennesima versione di El Manicero (The Peanut Vendor), canzone di cui sono intensamente feticista e di cui colleziono versioni anche immonde.

Ma la fantastica copertina ripaga tutto. Tommy Garrett, la cui band si chiama appunto 50 guitars, è evidentemente un fanatico della Gibson, e fa bene: le sue acustiche sono veramente sublimi (e io dovrei saperlo bene, essendo orgoglioso proprietario di uno di questi gioielli). Certo quella copertina fa un po’ monomarca, ma la foto delle chitarre coi Joshua tree è favolosa – e a me fa l’effetto pasticceria. Considerando anche che quella foto è del ‘61, e che quindi oggi sono tutti strumenti vintage. E poi, vogliamo parlare della foto di Tommy “Snuff” Garrett coi baffi finti?

Clicca le copertine per ingrandirle.

Non è un paese per giovani

Il New York Times stamattina parla di noi: “Is Italy too italian? From Taxis to Textiles, Italy Chooses Tradition Over Growth.” L’analisi è molto interessante, e la conclusione tremenda: scegliamo la tradizione e non la crescita, che è un po’ quello che scrivevo su Rumore (in modo più punk e assai meno documentato) qualche mese fa, e non ci aspetta un bel futuro. Il mio consiglio è di preparare i passaporti.

Rap capricciante

Dal blog di Gianfranco Miccichè (che non linko nemmeno se m’ammazzano), dove c’è uno spazio di satira “pungente” dal titolo azzeccatissimo (via Repubblica che lo chiama un “rap”):

S’è sempre detto che la satira era una cosa di sinistra, benché ci siano molti esempi di comicità anche politica di destra, come il Bagaglino o Striscia. Ecco, Punture di Zanzara è un sublime esempio di satira di destra. Come dite? RacCapezzone non vi fa ridere? Il Bocchino al mattino lo trovate imbarazzante? State pensando: “Ma poi, chi cazz’è Briguglio?” Lo so – è doloroso solo pensare che qualcuno abbia partorito (e poi deciso di pubblicare) uno scritto così terribile (il pensiero mi corre ai Sumeri, nobili inventori della scrittura). Se poi si considera che è stato ripreso da una gran quantità di quotidiani, mi si gela il sangue (che data la stagione non è male). Però su una cosa discordo: il sesso orale al mattino mi manda nel pallone per buona parte della giornata; molto meglio verso le 18.