Come scrivevo l’altroieri, penso che il sito di chi produce cose debba offrire ai visitatori dei contenuti. Non siamo in tanti a pensarla così, e il web è pieno di samples, estratti, “clicca qui per comperare il resto”, ecc. Non è il caso di Enrico Ascoli, musicista e sound designer torinese di curiosa estrazione (colta ma contaminata, diciamo) il quale, essendo anche psicologo, vede la questione da un angolo davvero interessante. In rete lo fa a partire dal suo sito, ma con una serie di propaggini: ha un blog su blogspot (molto variegato, con alcune cose efficacissime – come la pubblicazioni di reperti sonori recuperati perfino nelll’immondizia – e altre secondo me meno, come gli aforismi), una sua zona su Soundcloud e una su Vimeo. Il tutto offre uno spaccato delle (belle, efficienti e a volte sublimi) produzioni di Enrico (molte delle quali scaricabili), ma anche dello stato della (sua, ma anche altrui) riflessione sul suono e i suoi impieghi: piacevole per tutti, utile per chi fa mestieri creativi, indispensabile per chi studia questi argomenti (studenti: cliccate ora).
Soundblog and more
Italiani?
Mi pare di grande interesse l’attuale dibattito tra destra e destra su immigrazione e cittadinanza italiana. Archiviata la furibonda proposta della Lega sulla cassa integrazione agli immigrati (dargliene solo la metà, benché contribuenti), resta sul tavolo il nocciolo della questione: il diritto di cittadinanza. C’è chi dice cinque anni, chi dieci. Chi sostiene che i nati qui dovrebbero averla di diritto (e io, scemo, che pensavo che fosse già così), e chi dice che si dovrebbe almeno completare la scuola dell’obbligo. Poi naturalmente ci sono le condizioni: non aver mai mai avuto alcun genere di grana legale, aver sempre avuto un lavoro stabile, non aver mai protestato per niente, conoscere l’italiano… Proposte impensabili prodotte da una logica malvagia, a mio modo di vedere, salvo a volerle applicare a tutti quanti – il che potrebbe essere divertente: togliere la cittadinanza a chi non fa il bravo, a chi è disoccupato o a chi non conosce i congiuntivi.
E’ chiaro che bisogna trovare un principio, una regola, e io non saprei dire quale al momento. So però che ne vorrei una che consenta a dei futuri Pierpaolo Pasolini, William Burroughs, Vasco Rossi o anche semplicemente un operaio immigrato che occupa la fabbrica (o i molti politici di ambedue le parti che da giovani erano teste calde) di diventare un giorno miei concittadini: ne sarei assai più fiero, e li sentirei molto più fratelli, che certe macedonie di lineamenti ottusi, evidentemente frutto di endogamia, che oggi rappresentano (e secondo loro difendono) l’italianità – perfino in Europa.
Feeds, bits and beats
I’m glad to announce that I finally redid the home page of my english website; it now has live feeds from the english part of this blog and the RealBlog, as well as a player with a few songs from the music zone; which has grown quite a bit, and has tracks both in streaming and (most of them) downloading. I’ve always felt that artists’ websites should have actual goodies: it’s also an interesting way to establish a relationship with the people I ultimately make things for: you folks out there. (photo by Luca Donnini)
Nasale con i tuoi
Una delle cose assai irritanti della scena musicale italiana è che non solo uno su mille ce la fa (invece di uno ogni sessantatre, per dire) ma di solito ce la fanno persone terrificanti. Due esempi, uno col peccatore, l’altro col peccato.
Giovanni Allevi: a sentirlo parlare sembrerebbe Stravinski. Invece poi a sentirlo suonare proprio per niente. Ma la cosa tremenda è che, in cima a questa saccenza dagli esiti mediocri, ha una personalità feliciona davvero repellente, almeno per me (e forse anche un po’ tarocca). Insomma, se l’uno su mille è Allevi, magari potremmo anche fare senza, no?
L’altro non lo nomino per paura di finire dentro le sue capienti narici. Questo ce l’ha proprio fatta (per ora: dove sta lui si va e si viene con grande rapidità), e in qualche modo rappresenta nei media mainstream una scena, e una generazione, di cui ho fatto molto tangenzialmente parte anch’io. Della sua arte (che non mi piace ma rispetto) non parlo, anche perché non è per quella che oggi lo conosciamo. Ho solo una domanda: ma non potrebbe pippare un po’ meno prima di andare in Tv a coprire di merda la gente? Non si vergogna? Non lo sa che mentre delira in diretta nazionale, molti di noi lo vedono che non è lui che agisce, bensì tutta quella Cocaina che ha in corpo – e non è un bello spettacolo?
Chiudo i commenti che sennò poi fate il nome e io vado al gabbio ;)
Braian vs Jennaro
Negli ultimi anni si è via via andata affermando una certa tolleranza verso le bizzarrie nei nomi, e l’Italia è diventata la patria di Kevin, Krizie e Maicol, proprio scritto così; ci si chiama un concorrente del Grande Fratello: ma non lo sanno i genitori che nel nome c’è il destino? Un sottogenere sono i nomi di genere apparentemente neutro. Come Vania, nome russo maschile molto usato per le donne qui da noi, o Sasha (idem). Anche i nomi giapponesi quasi sempre sono scambiati: conosco una bambina di nome Akira (i nomi maschili giapponesi abitualmente terminano con la a, quelli femminili con la o). Ma il mio preferito resta sempre:

Nella foto Carmen Cavallaro – a sinistra.
Trazione sotto l’acqua

C’è un nuovo pezzo nella zona musicale: è un remix di Traction in the rain di David Crosby, ottenuto interpolando due versioni: quella dell’album If I could only remember my name, e quella registrata dal vivo alla BBC circa quattro mesi prima – molto simile ma non uguale. Il ritmo, come sempre già presente nell’originale, è assai pastoso – come si addice a una canzone che dice: “E ‘abbastanza difficile, lo so, trovare la forza di tornare dove tutto è cominciato. E’ difficile abbastanza avere della trazione sotto la pioggia. Sai, è difficile per me capire.” Per la mia ultima ex fidanzata.
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Traction in the rain di David Crosby, tratta dall’album If I could only remember my name, 1971
remixata nel 2009
There’s a new song in the music zone of this website: it’s the David Crosby remix I mentioned in my last post. It was made interpolating the original (that has a subtle and funky beat) with the live at BBC version, very similar but not exactly the same. The beat is sticky and slow, very apt for a song that says: “It’s hard enough, I know, to find the strength to go back to where it all began. It’s hard enough to gain any traction in the rain, you know it’s hard for me to understand.” This one’s for my last ex.
In the rain
I was lucky enough to get a copy of If I Could Only Remember My Name early in my life. The long awaited (by the world, I was a kid then) David Crosby solo album came out in 1971, I got mine in ‘74. It was stunning music, by one of the finest singers and guitar players of the time (of all times, I’d say), and took the Crosby sound, well explored in the collaboration with Stills, Nash & Young, to a whole new level. The album is full of fabulous music, played and sung with incomparable skill and grace. You might not like the genre, but this is among the finest pop music ever made.
I’m working on one of my remixes of forgotten music, a song from this album called Traction in the Rain (it’ll be shortly audible in the music section of this website), so I looked for versions around, and I found this gem on Youtube.
It’s a sept. 1970 gig done at BBC, featuring Crosby and his longtime associate Graham Nash (who in most of Crosby’s songs doesn’t actually play the very complex guitar parts). Music doesn’t get much more delicate than this. If you like it, you should hear Song with no words and Guinnevere also from the same sessions: gems of Crosby’s repertoire in sublime, uncluttered versions.
Country Boy
Per mille ragioni, alcune belle e altre meno, mi ritrovo a 50 anni a avere alcune vite diverse alle spalle. Non mi riferisco naturalmente alla reincarnazione, ma al fatto che ho fatto molte esperienze diverse e che, nel bene e nel male, mi è sempre piaciuto cacciarmi in situazioni estreme.
Nel ‘79 ho trascorso un anno a Sydney, in Australia. Ero un curioso ibrido stilistico all’epoca: reduce degli anni ‘70, che specialmente verso la fine si sono fatti davvero cupi e minacciosi, molto attratto dal nuovo (che all’epoca per me erano i Clash) ma ancora intriso di musica degli anni precedenti. A guardarmi avevo ancora l’aria di un post-hippie, e a questo bisogna aggiungere che suonavo la chitarra acustica stile fingerpicking. A Sydney lavoricchiavo, mi godevo il clima assolato e socialmente molto diverso dall’Italia (avevo 19 anni, ero proprio un pischello) e arrotondavo suonando per strada, in inglese Busking. Un’attività utile sotto molti aspetti: era piuttosto remunerativa (lì e allora, non so dire quanto qui e adesso), un ottimo esercizio (incuriosire chi passa suonando sul marciapiede richiede uno sforzo molto maggiore che da un palco) e si rimorchiava moltissimo: poche cose rendono magicamente attraenti quanto maneggiare una chitarra; è la ragione numero uno per la quale una notevole percentuale di chitarristi, anche famosi, ha iniziato a suonare.
Il mio repertorio era assolutamente anni ‘70: James Taylor, David Crosby, alcune perle del country/blues di allora (come Mr Bojangles o Steamroller Blues) e naturalmente Bob Dylan. Tutta musica che, tranne alcune cose davvero stucchevoli (ma ottime per far cacciare il dollaro al passante) mi piace ancora oggi, benché nel 2010 ascolti più di frequente i Tool (o i Simian Mobile Disco, il cui ultimo album però è un po’ deludente). Uno dei miei pezzi forti di Dylan era Don’t think twice it’s all right. Che ha una bellissima melodia, un testo perfetto, feroce ma vero, e la versione originale è suonata proprio bene – senza plettro, come piaceva a me. Dylan l’ha incisa nel ‘63, a 22 anni, e già faceva buffo sentir dire quelle cose a un guaglione. Posso immaginare che effetto facessero ai passanti in bocca a un buffo capellone italiano diciannovenne.
PS: Il link alla canzone punta verso il sito di Dylan, che è un esempio mirabile di presenza web: ci sono tutti i suoi testi, e samples (di circa un minuto) di moltissime sue canzoni (forse tutte). Semmai non l’aveste letto, il suo libro Chronicles vol. 1 (Feltrinelli) è un capolavoro assoluto.
Enlarge your sight
Eccoci: ci siamo e vorrei sottolineare questa notizia in rosso. Non solo personalmente l’aspettavo da molti anni, ma è uno dei concetti ricorrenti dell’immaginario contemporaneo (per esempio della fantascienza), e finalmente parrebbe essere realtà: grazie alle innovazioni nelle tecniche di Chirurgia Refrattiva (l’operazione laser per correggere difetti di vista) oggi è possibile potenziare l’occhio fino a raggiungere i 15/10, cioè una volta e mezza la normale capacità. Non se ne parla ancora molto, ma ci sono testimonianze di gente che l’ha fatto – e funziona. Questa è una notizia enorme, e apre la strada a qualcosa che immagino già da un po’: chirurgia che non “cura” ma migliora, potenzia, super-umanizza – o anche semplicemente l’equivalente sensato di rifarsi le tette o il naso. Me la farei? Non so, forse sì. E già che ci sono avrei un’altra idea: farmi impiantare un piccolo clitoride all’interno della bocca, da un lato, così posso cunnilinguarmi mentre aspetto il tram (oltre a aggiungere una nuova dimensione al bacio).
Ovviamente le controversie saranno moltissime. Per esempio: un tennista o un arciere che si sono sottoposti a questa operazione potranno gareggiare con gli altri?
Scassafoto e altre utility
Però, in effetti, dopo avervi segnalato due applicazioni web quasi perfettamente inutili, forse qualcosa di utile potrei anche suggerirla. Utile naturalmente a me, e a chi lavora molto col computer. Nota bene: le applicazioni di cui parlo sono per Mac OS X.
Non potrei mai più vivere senza Shadow Clipboard ($ 15), tant’è che ora che inizia a dare qualche problemino (l’ultima release è di due anni fa) lo sto sostituendo con Ipaste ($ 12,99). Il concetto è lo stesso: avete presente il copia incolla? Bene: questi programmi consentono di salvare quello che avete copiato (testo, immagini, suoni, ecc. fino a 999 item, anche se spegnete il computer) e di incollare da un menù, o anche con scorciatoie da tastiera. Il programma inoltre salva dei preset di contenuti che incollate frequentemente (dall’email all’iban), assegnabili a comandi ctrl-alt-qualcosa. Ipaste si piazza anche nel menù contestuale: per esempio, prima ho copiato tutti gli indirizzi dei link di questo post, che adesso incollo selezionandoli da un menù.
A proposito di menù, un altro ingrediente essenziale della mia vita software è Fruitmenu ($ 12); potenzia i menù contestuali (il cliccadestro) e il menù Apple (il primo in alto a sinistra), aggiungendoci un mucchio di nuove funzionalità. Per esempio: posso spegnere e riavviare col mouse, posso navigare dentro dischi, cartelle e sottocartelle sempre col mouse (aprendo infiniti e graziosissimi popup menu), visualizzando anteprime di immagini (sempre popup); inoltre ha la sublime funzione Gather items in new folder: seleziono cento documenti e lui li raccoglie in una nuova cartella con data e ora come nome.
Poi ovviamente c’è Graphic Converter (€ 29,95), che ogni tanto nomino e che pochi conoscono. GC è IL programma di grafica per Mac; non solo è un piccolo Photoshop, ma converte centinaia di formati grafici anche arcaici in quelli più recenti, apre immagini corrotte, converte una serie di immagini in un filmato (con molte opzioni, buone sia per il filmino delle foto delle ferie che per esperimenti di stop motion) e permette di fare una delle cose più buffe che un computer possa fare:
- Scaricate questa immagine;
- Apritela con TextEdit. Vedrete un lungo testo ingarbugliato tipo “Gl4jhIKhj6fv”. E’ il codice dell’immagine.
- Con la funzione Cerca… di TextEdit cercate tutte le E e sostituitele con delle O; poi cercate i 4 e cambiateli con dei 3.
- Salvate il risultato come testo, ma con suffisso .jpg invece di .txt (semmai ve lo cambiasse).
- Aprite il file con Graphic Converter (Preview o altri programmi lo vedono come corrotto).
Il risultato lo vedete qui in alto.
PS: GC è scaricabile e utilizzabile gratis, però con fastidioso splash a tempo che aumenta ogni volta.




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