Scusate la scarsa frequenza, ma qui negli USA lavoro perfino più del solito: ho due classi, e inoltre vedo sei studenti post-laurea in qualità di advisor. Devo dire che la quantità dell’offerta didattica, almeno qui alla SAIC, è stupefacente (oltre mille classi possibili ogni anno), e la qualità è davvero alta (ma anche il prezzo è assai notevole). L’impegno lavorativo, e le altre cose che comunque faccio (tipo realizzare un brano per la selezione del premio Ars Electronica, cosa che ho fatto nelle scorse settimane), si portano via la quasi totalità del mio tempo. Nei pochi minuti residui sono comunque riuscito a fare almeno alcune delle cose che volevo fare: ho visitato la tomba di Howlin’ Wolf, ho comperato l’acustica delle mie brame (non esattamente quella, che costava 3.200 dollaroni, ma una quasi altrettanto bella per una frazione di quei soldi), e l’altra sera ho visto Chazz Palminteri dal vivo nel suo spettacolo più famoso, A Bronx Tale (di cui esiste anche un film), in uno dei teatri più stupefacenti che abbia mai visto, l’Oriental Theatre.
Nota socio-antropologica a margine: come in Australia e nel Nord Europa, anche qui gli italiani sono considerati dei gran lavoratori. Sorprendente, ma solo se si dimentica un dettaglio: questi italiani, come me, si erano rotti il cazzo di stare parcheggiati nella landa delle zero opportunità, e una volta arrivati qui si sono rimboccati le maniche. Esistono studi su questo: il migrante, per quanto possa essere spinto a viaggiare dal bisogno, è comunque una persona che si muove – in tutti i sensi. Per ognuno di loro (o di noi) ce ne sono molti altri che, pur potendo spostarsi, scelgono di restare a casa e lamentarsi. Questo mi sembra vero per gli italiani, ma anche per i rumeni, i marocchini e i senegalesi che arrivano in Italia.




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