6 December 2008, 2:30 pm
Trovo davvero bellissimo il dibattito scatenato dalla proposta della Lega di moratoria sulla costruzione delle nuove moschee, e in generale di regolamentarne il funzionamento, per esempio obbligando per legge l’adozione della lingua italiana o limitandone l’uso esclusivamente al culto religioso. Purtroppo per Calderoli però, nel 2009 sarebbe impensabile scrivere nel provvedimento la parola Moschea; questo quindi dovrebbe inevitabilmente riguardare tutti i luoghi di culto.
Tra le reazioni più equilibristiche c’è quella della Chiesa Cattolica: ”Il luogo di culto – ha dichiarato mons. Ravasi (Presidente del Pontificio consiglio della cultura) – deve avere una propria identità spirituale e culturale e una propria identità religiosa che è un suo elemento fondamentale e non deve acquistare altri volti”… “Tuttavia anche la moschea svolge un’attivita’ caritativa che e’ nelle sue prerogative perche’ anche la religione ha un ambito sociale. Tale ambito pero’ non deve essere superato, la moschea cioe’ non deve diventare un centro che abbia altre finalita’ da queste, anche perche’ in tal modo perde la sua funzione”.
Quindi le cose sono due: o i preti la smettono di parlare delle coppie di fatto e di omosessualità, o anche gli imam devono poter dire la loro sui Centri di identificazione ed espulsione. Nella lingua che preferiscono, ovviamente. Salvo a voler proibire anche la messa in latino e, contestualmente, tutte le Sinagoghe d’Italia – dove il culto del sabato viene officiato in ebraico.
Non ce n’è: l’ignoranza di chi ci governa è uno abisso senza ritorno.
6 December 2008, 9:26 am
Come ogni mese, anche novembre vuole la sua parte – di articoli pubblicati sui mensili e adesso qui. Un InLoop (dal mensile InSound) su una fantastica operazione culturale in rete su Bob Dylan, che si meriterebbe un premio ma che invece è proibita; e un Avviso di Chiamata (da Rumore) in cui spiego come mai, secondo me, non solo bisognerebbe permettere agli altri di campionare la nostra musica, ma dovremmo consentire loro qualsiasi uso di questi estratti, anche commerciale.
5 December 2008, 2:24 pm
Mtv Italia ha ripreso a trasmettere uno dei reality più assurdi mai prodotti; si chiama My super sweet 16 e racconta (fin nei dettagli più raccapriccianti) lussuosissime feste di sedicesimo compleanno (l’equivalente USA dei nostri 18, ma molto di più) di ricchissime, viziatissime, stronzissime e pacchianissime adolescenti americane sovrappeso. Le quali, felici dell’attenzione, danno il peggio di se – un peggio che nella classifica universale del peggio è assai peggio di qualsiasi peggio voi o io riusciremmo mai a esprimere.
I motivi dell’appeal di questo show mi sembrano evidenti, e infatti quando ci capito davanti di solito lo guardo (se riesco, che a volte non gliela si fa’ proprio). E ogni volta mi faccio la stessa domanda. Dato che niente in tv avviene per caso (specialmente su Mtv), mi piacerebbe davvero sapere cosa c’è scritto nel format originario: un reality sul peggio del mondo? Uno sguardo nel vertiginoso lifestyle delle più grandi teste di cazzo del pianeta? Una fabbrica di invidia? La risposta alla domanda: “Qual’è il massimo della bruttezza interiore umana?” Alla faccia della povertà, ecco come buttare via dei milioni? Cento buone ragioni per sterminare una famiglia?
Fortunatamente Mtv (che è tutto e il suo contrario) offre anche una soluzione ai miei dilemmi, Mtv Tocca a noi: “C’è qualcosa che secondo te non funziona? Ci sono regole che vanno cambiate? MTV ti dà la possibilità di farlo unendoti con tutti gli altri ragazzi per costruire insieme la tua proposta di legge di iniziativa popolare da portare in Parlamento.”
Beh, dato che mandare in onda (in orario da bambini e adolescenti) degli show che fanno leva sul peggio, in noi stessi e negli altri, è brutto in assoluto e deprecabile in una televisione che si rivolge ai giovani, proporrei che a Mtv fosse applicata la porno tax. Dopotutto pornografia significa “scrivere su” o “disegnare prostitute” – che a pensarci bene è esattamente quello che fanno a My super sweet sixteen.