Da Repubblica: “Chi produce e commercializza materiale porno dovrà pagare un’addizionale sui redditi (Irpef) pari al 25% in più. Secondo quanto stabilisce il decreto, la stangata colpirà il settore a decorrere dal periodo di imposta in corso alla data di entrata in vigore del decreto. Cioè già dai redditi del 2008. La norma prevede anche un aggravio sugli acconti dovuti al fisco che passano al 120%.”
Comunque la pensiate (e di qualsiasi genere sia il vostro rapporto col porno) questo mi pare un dissuasore alla libertà di espressione. Ma c’è di più: Per materiale pornografico si intendono “giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera letteraria, cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti.” Ripeto: opere letterarie contenenti atti sessuali espliciti.
Stupefacente, no? Eppure è una legge dello stato. Il nostro – il mio, ringraziando il cielo, ancora per poco. Quindi, dopo la fuga dei cervelli e quella dei cuori, adesso si assisterà alla fuga delle gnocche, dei cazzi e dei culi. Pezzo dopo pezzo, ce ne andiamo in tanti (e io mi porto dietro il mio spettacolo, che potrebbe perfino rientrare nella descrizione qui sopra, ma per favore non glielo dite) spaventati, oltre al resto, da questa dittatura dei mediocri – senza alcuna opposizione.
Sono già passati dieci anni da quando Feiez ci ha lasciato – in circostanze quasi magiche e terribili. Domani sera alle 21:30, presso il Palazzetto Bertoni a Crema (la sua città) si svolgerà il Panino day, che c’è ogni anno ma che quest’anno ha ovviamente un sapore particolare. Le iniziative dell’associazione Paolo Panigada “vogliono creare occasioni per la città di assistere a spettacoli di qualità, raccogliendo nel contempo i fondi necessari per assegnare borse di studio a giovani musicisti nell’immediato e, a lungo termine, per aprire in accordo con il Comune di Crema, una sala prove e di registrazione.” Accorriamo numerosi.
Qualcuno ha postato nell’apposito newsgroup (alt.binaries.pictures.movie.posters) una stupenda collezione di locandine di film, dagli anni ‘30 a oggi. Circa 800 immagini, alcune ottimamente scansionate, tra le quali questa:
clicca per ingrandire
Non ne so nulla, se non che Acid, delirio dei sensi di Giuseppe Scotese è del 1968 e certamente fa il verso a The Trip, curiosissimo film dell’anno precedente diretto da Roger Corman e scritto da Jack Nicholson. La fantastica locandina è in perfetto stile sex lib: pare che spaventi, ma invece attira. Uno stile possibile nei favolosi 60s, impossibile nei bacchettonissimi 00s.
Tra le mie perversioni musicali preferite c’è James Taylor. Non quello del quartet, bensì l’originale, quello di Fire and Rain, You’ve got a friend, ecc. Che oltre a essere un gran cantante, e uno stupefacente chitarrista, ogni tanto tira fuori delle perle di canzoni – a volte ben imboscate, come in questo caso. 1974: esce il suo quinto album, Walking man, non il suo disco più riuscito benché contenga una hit (la title track). Spersa nella seconda facciata c’è una canzone, Migration, che ha una struttura curiosa: una lunga melodia con un finale a loop, molto misterioso e bluesy, che dice: “Oh Mistery muse, how I hunger for an answer; unsung song, how I long to play the changes. Hidden rhythm, haven’t I always been your dancer? Sacred secrets of the meaning to my dreaming, migration.” (Il testo completo lo trovate qui)
Migration è una mia hit minore da trent’anni, quasi solo per via di questo sontuoso finale (e del suo splendido testo). Che ho sottoposto al solito trattamento eliminando tutto il resto, allungandolo, aggiungendo batterismo e motorizzando a eco la questione. Ovviamente James e la sua casa discografica non ne sanno niente, ma non si innervosiscano: il brano è presentato solo per l’ascolto, in versione per giunta non masterizzata.
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Dub Migration
James Taylor vs Sergio Messina
contiene un loop dal refill Modulamanopola
Come sapete oggi in Italia c’è una sorta di rivincita metrica in atto, e la capacità di governare (e di avere attacchi isterici) parrebbe essere inversamente proporzionale all’altezza (in tutti i sensi). Siccome qualcuno di voi è ancora convinto che l’umorismo del sottoscritto sia perfido, vi posto questo furioso esempio di ferocia musicale, Short People, che alla sua uscita causò un putiferio (lo stato del Maryland provò a impedirne la radiodiffusione con una legge, mai approvata in via definitiva). E’ di uno dei miei musicisti preferiti, Randy Newman, un uomo che ha fatto della semplicità la sua fede, alternando colonne sonore Disney a canzoncine come questa:
Qui c’è il testo, e la mia parte preferita è il finale: “They got grubby little fingers and dirty little minds, they’re gonna get you every time.” Ovviamente, se pensate che la canzone sia dedicata alla gente piccola di statura, non solo vi sbagliate ma probabilmente parla di voi.
Tra le imponenti figure politico-istituzionali di questa legislatura parlamentare italiana (l’ultima, spero, che avrò la pena di osservare) spiccano due personaggi che hanno qualcosa in comune: la transumanza politica (e forse anche la transumanità). Il primo è un mio vecchio favorito, Capezzone (il nome proprio non lo conosco, e per cortesia non ditemelo), trans politico. Nato imprigionato nel corpo di un radicale, Capezzone si è finalmente liberato di questa identità che non sentiva propria (forse anche perché i radicali non sono entrati in parlamento), diventando quello che è si è sempre sentito di essere: un puntiglioso e antipaticissimo reazionario, degno portavoce di quel tripudio di pluralismo che è Forza Italia.
Anche l’altro è un trans, si chiama Villari (ignoro anche il suo nome, grazie al cielo) ed era nato nel PD. Ma, grazie a un inciucio, si è ritrovato sotto i riflettori come presidente di una cosa importantissima, la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, eletto dal centro-destra. Adesso tutti gli stanno dicendo di andarsene (e come rimpiazzo ci sarebbe Sergio Zavoli, che non ho mai amato ma di cui mi fa piacere ricordare il nome proprio) ma niente; l’hanno perfino buttato fuori dal suo partito, ma lui non molla. Il motivo, secondo me, è perfettamente riassunto dall’unica immagine di Villari che i media ci restituiscono, questa:
Solo fino a ieri era un epatologo, magari illustrissimo ma ignoto ai più. Secondo voi adesso lascia? Non credo, salvo a offrirgli il posto di epatologo ufficiale del redivivo Maurizio Costanzo Show (di cui si sentiva tanto la mancanza).
PS: Ripensandoci: e se il vero problema del sistema radio-televisivo italiano fosse al fegato? In questo caso l’elezione di Villari sarebbe un colpo di genio.
Stupisce, e addolora un po’, leggere che Michele Santoro ha diffidato un comico radiofonico (Joe Violanti, che ho sentito qualche volta e che non mi pare nemmeno così esilarante) dal fare la sua imitazione, spacciandosi per lui in telefonate a politici ai quali però, a fine chiamata, rivelava sempre chi era. “Il dottor Michele Santoro”, scrive il suo avvocato, “mi dà incarico di contestarvi l’abusivo utilizzo della sua identità, che voi state ponendo in essere in modo tale da danneggiare la preparazione e la realizzazione del lavoro del mio cliente… Il vostro comportamento genera una inammissibile falsata percezione dell’identità dello stesso, del suo lavoro e di quello dei suoi collaboratori”.
Non solo è un passo falso, in un paese che ha già così poca libertà di satira, ma è una mossa che racconta una mentalità, una concezione del potere e un’isteria narcisistica davvero insopportabili. E un’idea di libertà che non è la mia.
C’è un’abitudine tutta italiana che proprio non mi piace, e ogni volta che la noto mi innervosisce; un buon esempio è Vespa: quando Prodi stava per essere eletto, nel 2006, disse velatamente che non era detto che Vespa sarebbe rimasto in Tv a vita. Sono infatti notissime, e plateali, le preferenze del Bruno verso il Silvio – dal contratto con gli italiani in giù. Poi si fanno le elezioni, Vespa resta dove stava e i politici continuano a fare la fila per andarci, come se niente fosse. E, a domanda, risponderebbero: “Questo c’è, non ci piace ma bisogna andarci: l’alternativa è non comunicare coi nostri elettori.”
Adesso sta succedendo la stessa cosa con il cinema. Com’è noto l’unico programma Tv che ne parla è Cinematografo (nastro di platino per la fantasia del nome), condotto da Gigi Marzullo. Che di cinema sembrerebbe non capire una mazza; infatti si circonda di critici, attori e registi ai quali porge le sue micidiali domande. E quelli (che in realtà sono degli snob inveterati) pernottano dal Gigi e gli rispondono gongolanti: immagino che pure loro debbano comunicare col proprio pubblico.
Il cinema in Italia è alla frutta (anche per via del doppiaggio), e Marzullo non gli ci voleva proprio. Detto questo, andrebbe anche ricordato a questi raffinati intellettuali marzullati che se Il medium è il messaggio, allora non sono loro che elevano il Gigi, ma è lui che trascina i loro raffinati e coltissimi gusti cinefili nel suo gorgo di medietà.
Il Pop ha dei luoghi sonori ricorrenti, delle canzoni che diventano un linguaggio comune. Ci sono molti esempi, da Johnny B Good (di Chuck Berry) a Knocking on heaven’s door (di Bob Dylan). Ce n’è una minore che magari non tutti conoscono; si chiama Smokestack lighting (letteralmente Fulmini dalla ciminiera, un riferimento ai treni a vapore nella notte) ed è di un grandissimo, Howlin’ Wolf (Chester Burnett), che l’ha registrata nel ‘56.
Ma nessuna versione vale quelle di Howlin’ Wolf, e tra tutte spicca quella registrata dal vivo all’ American Folk-Blues Festival del 1964 a Brema, in Germania: epocale.
PS: Paolo mi segnala questo video di It serves me right to suffer di John Lee hooker, che è commovente – ma non bello come altre sue versioni di questo immortale brano di dolore sensato.
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