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Archivio del mese September 2008

Tatuàmi

Come moltissimi di voi hanno notato, sono tornato in tv (ultimo avvistamento nel 2002, e ogni tanto tocca dargli un ripassino, che sennò ci si dimentica come si fa). Invece di chiedervi cosa fate la domenica sera (adesso lo so: moltissimi guardano la tv), ecco a voi (per i pochi di voi che la domenica sera fanno altro) l’intervista in streaming.

Intervista non a me, ma al pregevole Frankie Hi Nrg, che mi ha chiesto di andare a Tatami in qualità di persona cara. Essendomi anche lui assai caro, mi ha fatto piacere esserci.

Alcune note: la prima domanda di Camila (per cosa sarebbe disposto a morire) era concordata – cioè gli autori mi hanno chiesto di rispondere “la rivoluzione”. Lo dico perché suona un po’ fake (insomma, senza offesa, non mi pareva geniale. Molto meglio la risposta istintiva di Frankie: “Per un ictus”). La gag del mio tatuaggio invece non era concordata – giustamente, che se lo fosse stata forse avrei detto di no. Ma tant’è: le televisioni ignorano quello che faccio (non mi lamento, la cosa è reciproca), e quando transito nella scatola mi chiedono di vedere i miei tatuaggi… Voi che mi conoscete sapete che ho argomenti più interessanti dei tatuaggi, ma tant’è. Fortuna che non ho studiato, altrimenti sarebbe terribile.

Sacchetti perfetti

La poesia spesso si nasconde nelle piccole cose quotidiane, che ci ricordano come il mondo sia anche armonia, gioia e bellezza. Io di solito la trovo nello spam, e ho spesso la tentazione di condividerla con voi; poi mi trattengo (anche se ho iniziato a usarne frammenti in alcune mie produzioni), ma stavolta mi piace davvero assai:

Mittente: Perfetto Dettagli
Oggetto: Sara la tua Ragazza ti amo di piu Mercato

Come dice che sacchetti sono sempre incarnato? Ci si sacchi molto economici. L’ordine affrontato immediatamente e si zurfieden. Aspetto si ispirera, date un’occhiata di tanto in tanto.

Altro che V1@gr@: qui siamo in pieno dadaismo, o meglio ancora nel bizzarro universo Cut-up di Burroughs e Gysin.

Nemici della tua ragione

Dovreste tutti guardare questo programma televisivo di Richard Dawkins. Si chiama The Enemies of Reason e si apre con una frase strepitosa:

“Come scienziato, non credo che la nostra indulgenza nei confronti di supertizioni irrazionali (inclusa la religione, ndr) sia priva di conseguenze. Credo che mini alla base la nostra civilizzazione: la ragione, e il rispetto per l’evidenza scientifica, sono fonti di progresso, nonché sentinelle che ci proteggono dai fondamentalisti e da coloro che profittano dall’oscurare la verità.”

Siccome di mettono in discussione un sacco di cose, inclusa per esempio l’Omeopatia, se volete poi ne discutiamo – qui.

The Enemies of Reason, part 1 (47′54″)

The Enemies of Reason, part 2 (47′48″)

Note lunghe e distese

Lo scorso weekend sono stato a Cagliari, al sempre divertente (e molto altro) Marina Café Noir Festival, dove ho incontrato un mucchio di gente che non vedevo da un bel po’, e conosciuta molta altra. Tra cui Pino Cacucci e Giancarlo Biffi, co-autori e interprete (Giancarlo) di un testo, Jules Bonnot e l’occhio del nonno, che ho avuto il piacere di sonorizzare dal vivo. Per l’occasione ho prodotto 3 brani, di cui uno è in ulteriore lavorazione, mentre un altro è una cover di In a silent way di Joe Zawinul. Il terzo appartiene a una famiglia di pezzi che faccio da un po’, e a cui voglio bene, che io chiamo Droni – dall’inglese Drone, che in italiano si dice Bordone. Sono note lunghe e talvolta sfriccicanti, assai bassofone e soprattutto ferme o quasi. Uno spazio sonoro insieme intenso e discreto, ottimo per la meditazione ma non per fare le pulizie (salvo che le facciate col lanciafiamme).

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Ecco a voi, gentili visitatori, Drone #1, in streaming (premi il tasto play) e downloading (clicca destro qui e salva). Purtroppo l’mp3 non si presta molto a questo genere, ma questo abbiamo – per ora.

Dittatura?

Molti italiani, quando pensano al fascismo, se lo immaginano col mascellone e i pantaloni alla zuava. Ma la dittatura del terzo millennio, secondo me, è assai più velenosa del ventennio; è fatta di lievi spostamenti, di impalpabili restringimenti delle libertà, di piccole capsule di ignominia che – inoculate in dosaggi omeopatici – la rendono possibile. Come l’esercito nelle città, o l’asservimento della Rai.

O il recente giro di vite sulla prostituzione. Che ha lo scopo dichiarato (e sacrosanto) di combattere il fenomeno delle lucciole in strada, ma che ottiene un effetto collaterale spettacolare: far entrare ben nove milioni di italiani (fonte: Corriere della sera) nel mirino della giustizia. Con questo provvedimento si include nella zona grigia dei possibili criminali il 15% della popolazione; persone perlopiù oneste che, da oggi, hanno qualcosa (“multe da 200 a 3 mila euro e arresti da 5 a 15 giorni”) da temere. Ecco come si fa, altro che fez.

Il ragazzo della via Zuretti

Rientrato da Cagliari, stamattina ho fatto un giro nel mio quartiere a Milano, ancora scosso dal brutale omicidio di Abdul Salam Guibre, l’italiano di colore ammazzato a sprangate per qualche merendina: via Zuretti è a circa 100 metri da casa mia, e tra i commercianti di zona non si parla d’altro. Tutti, almeno in pubblico, concordano nel condannare l’episodio (per fortuna, altrimenti non saprei più dove fare la spesa) e nel giudicare assurda la reazione dei gestori del bar; d’altronde molti negozi in zona hanno subito piccoli furti, ma a nessuno è mai venuto in mente di inseguire e sprangare a morte il colpevole.

Meno unanimi, ma comunque maggioritarie, altre due opinioni: che la reazione sproporzionata sia stata se non altro alimentata dal clima di terrore instaurato da certi partiti e fomentato dai media di regime, e che se Abdul fosse stato bianco probabilmente non sarebbe morto. Piccoli ma importanti segnali (e c’è dovuto scappare il morto per vederli comparire), in una città diventata assai reazionaria, dove la Lega (featuring Mario Borghezio) prende una valanga di voti, gli africani li chiamano negher e i gay culattoni.

I giardini di marzo 2050

Grandi celebrazioni italiche per il decennale della morte di Lucio Battisti. Mi associo? Certamente: non solo mi sembrava un notevole soggetto umano, ma alcune delle sue canzoni – per ragioni generazionali – sono parte del mio folclore personale. Detto questo, vorrei aggiungere che Mogol (l’autore, tra l’altro, di Una lacrima sul viso) non mi è mai sembrato così bravo, e che molti dei suoi testi mi lasciano indifferente (ma le sue interviste mi irritano: davvero sembra pensare di essere un genio – lui e “l’innocenza sulle gote tue”). Però, nell’orgia delle celebrazioni, ci sono almeno un paio di questioni interessanti.

Il concerto memorial trasmesso ieri sera dalla Rai è stato stupefacente: la gente era davvero commossa, e non avevo mai visto un intero pubblico cantare tutte le canzoni a squarciagola, dall’inizio alla fine – manco coi Tokio Hotel. Non ce n’è: Battisti è rimasto nella memoria degli italiani come nessun altro. Infatti, nella hit parade della schitarrata da spiaggia, le sue canzoni restano salde ai primissimi posti, tuttora imbattute dopo oltre trent’anni.

Come mai tanto sempiterno successo? Il motivo mi pare essere la sostanziale inattualità delle canzoni di Battisti/Mogol. Che alla lunga distanza permette loro di durare per sempre, ma che all’epoca suonava davvero stranissima. Erano gli anni della canzone impegnata, di Bob Dylan e di Woodstock; quelli a ridosso del ‘68, che subito dopo sarebbero diventati di piombo. Tra molti giovani il desiderio di cambiamento era fortissimo, e costoro detestavano Battisti, fino a dichiararlo “cantautore fascista”. Una vera sciocchezza, fortunatamente rettificata dalla storia. Mogol/Battisti non erano di destra: erano disimpegnati in un’epoca di impegno, erano impermeabili in un’era di acquazzoni e, nel mezzo della rivoluzione, parlavano di gote. Col risultato che oggi Contessa (che è proprio una brutta canzone) non la canta più nessuno (se non pochi nostalgici babbioni, al chiuso), mentre La canzone del sole (il cui testo mi pare brutto e a tratti davvero discutibile) resta fresca e, a parte le ottocentesche gote (e le sciocchezze sulle donne), pare scritta ieri.

PS: Dice: “Ma allora cos’è che ti piace di Battisti?” Due cose, e in certi casi mi piacciono moltissimo. Innanzitutto le melodie, molto poco italiofone e a volte di un’economia sorprendente. E poi le strutture, spesso inusuali e a volte adirittura sovversive – per l’epoca. Da questo punto di vista molta della musica di Lucio Battisti è certamente classificabile come Progressive pop (ma non i testi).

Granatiere di quartiere

Aggiornamento mensile degli articoli: un Avviso di chiamata sulla militarizzazione della sicurezza interna in Italia, intitolato Full Metal Police, e un pezzo sulla figura del Sound designer per InSound.

RadioGlap

Due noterelle olandesi aggiuntive e un annuncio.

In Olanda non c’è l’obbligo del casco per i motorini, che però si giudano a 18 anni con la patente.

In Olanda c’è veramente molta meno pubblicità stradale che da noi. Il manifestone 6 x 8 non esiste e, tanto per dire, sul tram non ce n’è mai. Non esiste nemmeno lo spazio apposito: reclame non prevista. In Tv ovviamente c’è, un pochino meno che da noi ma sempre molesta. (Io detesto la pubblicità, e sono davvero felice che abbiano abolito un programma televisivo chiamato la notte dei publivori, che ne trasmetteva da tutto il mondo. Altro che notte dei publivori: a me pareva il sonno della ragione.)

Dall’11 al 14 settembre sono al Marina Cafè Noir, prode festival letterario cagliaritano. Se siete in zona fate un salto: io parlo, metto i dischi, suono e – se ci scappa – faccio anche della lap dance.