Skip to content
Post della categoria tech/web.

Il digital ci divide

Milano: stamattina vado alla ASL a ritirare delle radiografie alla mano, che mi vengono consegnate su CD rom. Quindi procedo alla volta dell’ortopedico (sempre della ASL) per mostrargliele. Nello studio c’era un PC, ma purtroppo ne’ il medico ne’ l’infermiera sapevano farlo funzionare. Fortunatamente l’esito era negativo e quindi non sono servite. Ma tra il ritiro e la visita ho fatto in tempo a passare per casa, infilare il CD nel computer, scoprire che era in formato DICOM (Digital Imaging and Communications in Medicine, estensione .dcm), trovare un software gratis (per Mac, si chiama Osirix, come Wanda) che lo leggesse e convertire le due radiografie in Jpg.

Ma il bello è che questa, che io sappia, è la prima radiografia che contiene un segno simbolico della diagnosi.

Mastro Lindo molestatore

Non ce n’è: a me i Cookie m’hanno sempre insospettito. E infatti sul New York Times c’è un bell’articolo sul Retargeting, pratica orrenda che si attua proprio utilizzando i Cookie. Una signora americana vede delle scarpe su un sito ma non le compra. Da quel momento viene inseguita da pubblicità di quelle scarpe in molti altri siti. Una storia sgradevole, con un sapore proprio brutto. La cosa davvero terribile però è che, mentre in molti paesi si discute su come regolamentare questo settore, qua da noi il problema è ignorato. Vaglielo a spiegare a Giovanardi cos’è un Cookie.

Oh, detto questo a me il Retargeting mi fa una pippa, come a molti di voi – ma forse non a tutti. Quindi vale la pena di ricordare che, nelle preferenze (di Firefox in questo caso, ma anche di tutti gli altri browser) dove dice Keep cookies until bisogna scegliere Until I close Firefox, e mai lasciare l’opzione di default Until they expire: il cookie di Google, per esempio, scade nel 2038.

Lusso vs miseria

Una bella notizia: Chiude Blockbuster. Non solo mi faceva orrore il luogo, la selezione, l’illuminazione, i colori e la clientela ma, essendo di Fininvest, aveva solo film ripugnanti (come avevo già scritto tempo fa). Chiude in Italia e anche negli USA, con una differenza capitale. In America infatti BB muore sotto i colpi di Netflix, che ho testato mentre mi trovavo lì e che funziona a meraviglia: 8.99 $ al mese per tutti i film che vuoi, recapitati in DVD via posta (in 24 ore), senza penali per il ritardo perché non esiste data di riconsegna. Non solo: moltissimi film e serie tv possono essere visti in streaming dal PC.

In Italia viceversa Netflix non ce l’avremo mai, così come non avremo Hulu (film, documentari e serie tv gratis in streaming). Perché? Per via di Mediaset Premium on demand che ha molti dei diritti su film e tv. Per 10 euro al mese (più decoder abilitato a pagamento) si hanno “fino a 50 FILM diversi tra cui scegliere e le ultime puntate delle più famose SERIE TV americane. I film si aggiornano automaticamente, così ogni settimana hai 12 film sempre nuovi!” (ma sempre “fino a 50″).

Quindi, mentre Netflix ha TUTTO, Il Mediaset delle libertà (ma non di scelta) ha massimo 50 film diversi tra cui scegliere. Tarkovski? Bunuel? Macché: Vanzina, Neri Parenti e naturalmente Biutiful. Saremo pure i mejo, ma a me sembriamo sempre i mejo fessi.

Telecom remota

Quando mi chiedono qual’è il mio programma tv preferito rispondo sempre The Daily Show di Jon Stewart (che è bravo, ha dei tempi comici favolosi e si avvantaggia di un’atmosfera di libertà che gli consente di dire praticamente qualsiasi cosa). Potete guardarlo ogni giorno sul sito (lo show del giorno prima, che va in onda, pre-registrato nel pomeriggio, alle 11 pm – ora di New York), con pochissima pubblicità e una qualità assai migliore di quella della mia televisione (il gioco di parole è voluto).

Questo sembra normalissimo a tutti tranne a Franco Bernabè, ad di Telecom Italia, che il 13 maggio scorso ha dichiarato: “Le risorse di Telecom Italia sono impegnate per il 50% da Emule e da Bittorrent e per il 20% da Youtube. Il che significa che il 70% delle nostre risorse di rete è impegnato dal download, in gran parte illegale, di contenuti video e audio.”

Un’analisi che definire grossolana e male informata è generoso. Cosa fanno i portaborse di Bernabè? Non gli passano le analisi, i trend, le opinioni illustrissime che da almeno un decennio arricchiscono il dibattito su questi temi? Non gli hanno suggerito che essendo Youtube di Google è quantomeno bizzarro che chi possiede eventuali presunti diritti non gli faccia causa? Non gli hanno mostrato il banner per l’acquisto del brano che stai ascoltando su Youtube? Non gli hanno mai parlato della new economy – o dell’Ipad?

E, nella fattispecie, evidentemente non si è chiesto come mai Comedy Central metta gratis, in streaming su Internet (come Youtube) le puntate del Daily Show, del favoloso Report di Steven Colbert e di South Park. Sarà un caso di auto-pirateria? Di masochismo del copyright? O invece di miopia del boss di una telecom ex monopolista che, avendo ancora la maggioranza dei clienti in Italia, pensa di poter vivere come in un perenne, assurdo 1992 e dire cose di questo genere?

Viva il wwweb

Ogni tanto ci si chiede se qualcosa è morto. Stavolta la vittima designata sarebbe il Web. Ha apero il dibattito Chris Anderson su Wired, poi ripreso da molta stampa, anche italiana. In soldoni l’idea sarebbe che il Web (www punto qualcosa, insomma quello su cui leggete Fosforo al momento) starebbe morendo, mentre invece cresce l’uso di Internet (la rete digitale che comprende anche il www ma non solo) che però oggi sarebbe sostanzialmente utilizzata attraverso altre sottoreti chiuse come Facebook o le App per gli smartphone, nonché dal video (sostanzialmente Youtube).

Molto interessante, certamente in qualche misura vero – e pure inevitabile: per quelli che la mia webmistress chiama gli Utonti medi, le App per Iphone (o le ignobili sciocchezze digitali di Facebook) sono assai più semplici e gratificanti di un buon software di FTP (altro protocollo di internet non www). I numeri d’altronde parlano chiaro: “Nel 2010 la banda usata per il web si limita al 23% di quella complessiva.” (dati Cisco)

La mia esperienza mi dice che questo è un fatto pessimo. Iniziamo dalle App: accedere alla distribuzione di programmi per Iphone/Ipad tramite Itunes (l’unica autorizzata da Apple) prevede una verifica dei contenuti da parte dell’azienda di Steve Jobs, che ha recentemente dichiarato: “Chi vuole il porno può comprarsi un telefono Android.” Quindi per esempio una eventuale app per Iphone del mio blog sul porno non passerebbe mai, e non escluderei obiezioni anche sul libero pensare in genere, specie in Italia. Di Facebook e della sua censura dell’invito al mio spettacolo ho già scritto (senza avere alcuna risposta da quelle facce da libro, naturalmente). Il punto è che limitare il mare del web dentro laghetti più controllabili è esattamente quello che vorrebbero i politici italiani, e che io oggi posso scrivere quello che scrivo come lo scrivo anche perché non devo sottoporre i miei contenuti a un filtro aziendale della Apple, di Facebook o di chicchessia. Se la rete fosse solo quella filtrabile a monte, io non esisterei affatto – esattamente come non esisto per i media italiani (di destra e di sinistra, con rarissime eccezioni) da circa vent’anni.

Compitino d’agosto

Apprendo stamattina della creazione di un gruppo di lavoro (capitanato dal ministro Brunetta) per regolamentare Internet. Si chiama Progetto Azuni (dal nome del cittadino sardo incaricato alla fine del ‘700 di redigere un codice delle regole della navigazione) e, entro 30 (trenta) giorni da ieri (quindi in agosto), deve affrontare e “risolvere” le seguenti questioni (dal sito del progetto):

• la cosiddetta “incertezza dinamica” che contraddistingue Internet, per il concomitante agire di fattori quali la crescita stocastica della rete, la irreversibilità e la multilateralità della crescita stessa;

• l’architettura complessa della Rete, la sua natura multi-stakeholders e i modelli “aperti” (open source e open data);

• gli effetti sul funzionamento dei sistemi democratici (e-democracy, digital divide, e-inclusion, e-government);

• i temi legati alla privacy e alla dignità della persona che si confrontano con l’uso dei mezzi elettronici che pone nuove sfide di ambito territoriale, scala e velocità;

• la remunerazione del lavoro intellettuale, inclusa la ridefinizione degli strumenti regolamentari in materia di copyright;

• l’analisi della esistenza e/o della dimensione di fenomeni genericamente considerati fattori “devianti”, quali ad esempio l’eccesso di informazione, la disinformazione;

• possibili forme e limiti di intervento in termini di tradizionali strumenti di policy: accountability, regolazione, enforcement, incentivi e codici di autoregolamentazione a livello nazionale, europeo e internazionale.

Non posso non notare (come fa Zambardino nel suo blog) che le parole inglesi andrebbero sempre usate al singolare. Inoltre mi chiedo quanti, oltre a Brunetta e ai suoi camerati, considerino “deviante” l’eccesso di informazione (viene in mente la questione Wikileaks), Infine mi domando: cosa mai intenderà fare Brunetta per risolvere “la crescita stocastica della rete, la irreversibilità e la multilateralità della crescita stessa”? E la sua soluzione prevederà l’uso del waterboarding?

PS: Ho dimenticato di aggiungere che, sempre sul sito, c’è un forum/mailing list sul quale dare consigli e suggerimenti (sulla cui utilità, alla luce dell’immensità dei problemi posti e del necessario coordinamento globale per provare a discutere anche solo uno di questi argomenti, ognuno la pensa come vuole).

Non Anchor

Una delle vittime, oltre che degli attori, della rivoluzione digitale è certamente la stampa. In atto ormai da diversi anni, il complicato processo va dalla digitalizzazione degli archivi alla creazione di contenuti speciali, multimedia, ecc. fino alla riconfigurazione totale del modello di ricavi. Tanto per dire: in un paese davvero digitale (quindi non l’Italia) ha senso dare ai giornali un finanziamento per la carta, o magari sarebbe più interessante darglielo per i byte? Fattostà che i giornali stanno provandoci davvero (anche perché l’alternativa è sparire), con molte diverse iniziative e modelli economici. Naturalmente l’idea di creare dei contenuti video è piuttosto ovvia: non solo questi sembrano essere assai apprezzati in rete, non solo possono essere guarniti con spot prima e dopo, ma dentro ci possono stare quei giornalisti che passano le loro serate a dare pareri in tv: se la gente li guarda lì, perché non anche su internet?

E’ il caso di Repubblica Tv, presente anche sul digitale terrestre (con un effetto curioso: pare proprio una web tv, però sta in televisone), e di Corriere Tv. Tra i “programmi” di punta di quest’ultima c’è Il Sorpasso, un editoriale video di 4/5 minuti di Pierluigi Battista. Spot, sigla e poi – in gloriosi 480 x 265 pixel – ecco comparire Battista, nella foto. Sudato, male illuminato, vestito come se fosse stato vittima di una sciagura pochi minuti prima, coi capelli residui scompigliati, un po’ a disagio, Battista ci dice la sua. Come in televisione, ma con una piccola differenza: abbandonato a se stesso, Battista (che scrive bene ma non è esattamente Walter Chiari) ha una curva discendente che rende arduo arrivare alla fine del pur breve sorpasso. Lui è un caso eclatante, ma non è il solo. Stanno scoprendo una cosa ovvia: la televisione non è solo sostanza – non può esserlo. L’intervento di Battista (interessante quello di oggi sull’ascesa di Renzo Bossi, da cui è tratto il fotogramma) è preciso nella sostanza ma inesistente (e dannoso, per Battista e per chi lo guarda) da un punto di vista formale, che in tv è piuttosto grave. Insomma, se il futuro è guardare Pigi che suda invece di leggere i suoi eleganti articoli, mi sa che si stava meglio quando si stava peggio.

Nuove lettere

Alla fine ho ceduto. Naturalmente era un bel po’ che stavo pensando di fare una newsletter, ma diverse ragioni mi frenavano. Benché io in realtà mi abboni, di tanto in tanto, a delle newsletter; non solo ma ne capisco bene il senso. Voi che venite qui le notizie le sapete comunque (e anche molto altro, incluso il mio sprezzante scetticismo verso i cefalopodi oracoli) ma a volte è comodo averle nella posta ogni mese. In qualsiasi caso la pagina dalla quale abbonarsi è questa. Potete farlo in assoluta tranquillità: il mio hosting ha implementato un ferreo regime anti-spam di verifiche incrociate, nonché una semplice interfaccia per voi con due bei pulsantoni – subscribe e il civilissimo unsubscribe.

The return of the son of P2P

Dice Roberto Maroni a Panorama.it:

“Non rinuncio mai alla musica: in aereo ho sempre l’iPod e anche in ufficio c’è sempre musica di sottofondo. Fra lo stupore dei tecnici del ministero, mi sono fatto anche installare eMule sul pc per scaricare gratis. La mia è e vuole essere una provocazione, perché credo che la soluzione non sia quella francese di tagliare il collegamento a chi scarica illegalmente canzoni. La soluzione è creare un sito protetto, sicuro e legale, dove i ragazzi possano scaricare brani i cui diritti d’autore sono garantiti dall’intervento di uno o più sponsor. Questa è la via maestra per tutelare sul serio i diritti di tutti.”

Molto interessante. Dunque il nostro Ministro degli Interni (che forse parla anche a nome della Lega Nord) tra i molte possibili scenari preferisce questo: musica gratis e diritti pagati dagli sponsor. Non specifica se questi sponsor poi inseriranno un messaggio audio prima del brano (cosa che io pretenderei, se fossi uno sponsor) o si accontenteranno di banner (improbabile). Le altre ipotesi, lo ricordo per completezza, sono una tariffa flat per tutta la musica (che ripianerebbe i bilanci delle Major), un meccanismo che calcoli il numero di volte che si guarda o ascolta qualcosa e ci addebiti i diritti (una sorta di pay per view/listen) o l’attuale vendita di brani a 99 c (secondo me insensata, e figlia del vecchio modello di business musicale).

Noto infine, con una certa sorpresa, che c’è ancora qualcuno che usa eMule. Direbbero negli USA: “That’s so 2002″.

Losangelismo

Era un pochino che volevo annunciarlo, ma aspettavo che diventasse un po’ più sostanzioso (in fondo l’abbiamo messo assieme definitivamente a gennaio). E’ il sito di Luca Celada, osservatore residente della California e mio grande amico. Oltre al suo blog (visibile anche sul sito del Manifesto attraverso il link nella sidebar) ci sono video, foto (come quella qui sopra) e tra le osservazioni più argute sugli USA reperibili online. E forse, tra non troppo, perfino alcune tracce del suo libro sul deserto americano. Cliccate forte, e inserite nei bookmark.