Una delle cose che mi urtano di più di Facebook è ricevere questi messaggi:
The Unbelievable Cazzons became a fan of The Unbelievable Cazzons on Facebook and suggested you become a fan too.
Non so bene in italiano come sia, ma mi pare assolutamente goffissimo. Cioè, ti apri il tuo fan club su FB, che già è un po’ così, e diventi il tuo fan numero uno. Dopodiché inviti i tuoi “amici” (che magari sono proprio tuoi amici) a diventare tuoi fan. Il meccanismo credo dovrebbe essere che qualcun altro tuo fan mi suggerisca di diventarlo, no? La cosa imbarazzante è che non sono solo The Unbelievable Cazzons (sestetto esordiente di speed-polka) a essere fan di se stessi, che lo capisco e lo giustifico, ma anche famosi professionisti e noti artisti italiani, che non nomino per gentilezza ma che – lo sappiano – tra me e me derido un po’.
PS: Il piazzamento di Vittorio Emanuele Filiberto Gianfrescobaldo di Savoia a Sanremo non mi sorprende nemmeno un po’. Come dite? Fa cagare? E’ un infame esempio di musica? E’ la cosa peggiore che abbiate mai sentito? Vorreste tirare patate crude agli interpreti? E che c’è di nuovo? Che l’anno scorso c’era Stravinski? Come mai ci si lamenta di Sanremo? Dopo 60 anni si spera che cambi? Non ci sono cause più interessanti per cui battersi che per un Sanremo migliore?
Ogni tanto capita, e ogni volta mi colpisce: l’uso di testimonial morti mi pare un orrore. Non devono concordare come me Fabrizio Russo e Sofia Cortellini Klein (il nome buffo non me lo sono inventato, e non sono jeans marchiati Klein – o Levi’s, come suggerirebbe il gioco di parole nel titolo di questo post: la marca non la scrivo), proprietari di un marchio che non s’è fatto scrupolo di utilizzare niente meno che Jimi Hendrix per pubblicizzare dei jeans: ” Dopo il primo step che ha visto Steve McQueen protagonista della promozione del marchio, questa volta è il ‘guitar hero’ a rappresentare lo spirito della collezione primavera/estate 2010″. Insomma una marca di jeans proprio necrofila: mortacci (sua).
Il dominio .it è affidabile e conosciuto ma ancora in pochi lo usano: a rivelarlo è un’indagine condotta da Pragma per conto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, presentata a Roma, che evidenzia come, su un campione di 2150 intervistati, tra privati cittadini, imprese e opinion leader (politici, accademici, giornalisti, ecc.) il suffisso italiano debba ancora raggiungere una massiccia diffusione, soprattutto tra i singoli utenti e quanti, per ragioni professionali, legano il proprio nome ad un sito web con nome e cognome. (…) Per ovviare al problema e sviluppare una cultura della rete made in Italy, il prossimo 9 novembre il Consiglio Nazionale delle Ricerche, attraverso il Registro.it, l’anagrafe dei domini italiani, organismo dell’Istituto di Informatica e Telematica (IIT) del Cnr avvierà dunque una vasta campagna d’informazione. L’obiettivo è incentivare l’utilizzo dei siti internet .it nella speranza di coinvolgere circa dieci milioni di potenziali nuovi utenti.
Come vedete qui in alto sono utente di un dominio .it. Che funziona esattamente come un .org o un .com (ho avuto entrambi), ma ha uno svantaggio: salvo a usare un server italiano (che in generale funzionano male, hanno un servizio clienti peggiore e costano parecchio di più), bisogna depositare il dominio .it presso un mantainer italiano che ve lo “mantiene”. Ogni anno mi tocca pagare circa il doppio di quello che mi costa l’altro dominio (.com) a un provider locale solo per questo servizio – perfettamente inutile, almeno per me.
Quindi, insieme alla “vasta campagna d’informazione con l’obiettivo di incentivare l’utilizzo dei siti internet .it, nella speranza di coinvolgere circa dieci milioni di potenziali nuovi utenti”, magari si potrebbe cominciare a abolire questa inutile e costosa burocrazia. Quando ho scoperto questa regola sono stato sul punto di disfarmi del dominio e passare al .net. Quindi il mio consiglio è: fatti pure un sito internet, ma lascia stare il .it.
Come forse sapete spesso leggo lo spam: a volte ci si trovano cose fantastiche:
From: “Poste Italiene” <info@s3-poste.net>
Date: September 18, 2009 2:10:47 PM GMT+02:00
To: undisclosed-recipients:;
Subject: Il tuo account e stato sospeso.
Gentile Cliente,
Dopo la caduta del potere 16/11/2008 uno dei nostri computer non funzionano piu correttamente.Carta Postepay e il codice dispositivo di sei mila clienti memorizzati sul computer di backup sono stati persi.
BancoPosta ha temporaneamente sospeso il tuo conto.Taluni restrizioni sono applicate fino a quando non ripristinare il tuo conto.
Vi preghiamo di cliccare sul link qui sotto per avviare il processo di restauro:
http://s3-poste.net/bpol/CARTEPRE/login.html
Grazie per aver utilizzato BancoPosta!
Team BancoPosta
Certo, non è secco e sublime come questo, ma la caduta del potere ha sempre un suo fascino.
Trovo davvero fastidiosa la recente campagna pubblicitaria Tv di Alice/Telecom con l’attrice Elena Sofia Ricci nella parte della mamma tardona che impara Internet: “Mamma che naviga?” Dice meravigliato il figlio. “I figli crescono e le mamme navigano”, risponde Mamma Sofia raggiante. Mi pare che proponga un’immagine delle donne veramente retrograda. Ma come: Elena Sofia, di 3 anni più giovane di me (e con due figli grandi), impara a navigare nel 2009? Ma dov’è stata fin’ora? E cosa ha fatto nella vita, l’uncinetto?
Mia madre, classe 1919, è morta nel 2002 praticamente col mouse in mano: navigava come una pazza, spediva email a manetta e scaricava immagini che poi usava come sfondi scrivania. Lei era certamente una donna eccezionale. Lo è anche, ma per ragioni opposte, la Mamma Sofia Ricci telecomica, immagine di donna simpatica ma ignorante, rimasta orribilmente indietro perché madre di famiglia: uno stereotipo che non rende giustizia alle 40/50enni italiche, mamme o meno, che con la tecnologia mi pare se la cavino assai meglio di molti maschi.
Mi sono spesso chiesto come mai in alcune parti d’Italia le gomme da masticare si chiamassero Cìcles (per esempio a Bologna) o Cicche (in un certo romanesco). Insomma, non è che me lo sia chiesto proprio spessissimo, ma abbastanza da sussultare quando, sul banco di una drogheria messicana a Los Angeles, ho trovato un pacchetto di queste:
Aggiornamento (12.6): Mi scrive Fumo:
Dal francese ciche, derivato dal verbo chiquer da una radice onomatopeica che imita il rumore della masticazione.
Poi aggiunge il buon Sae:
All’inizio avevo pensato che cicles derivasse da Chiclets in analogia ai preservativi di marca Gold One, arrivati in Italia durante “l’occupazione americana ” della II guerra mondiale, da cui nacque il neologismo “goldone”. Poi però mi è venuto un dubbio e ho cercato i modi di chiamare la gomma da masticare nelle varie lingue; sono degni di nota:
Xiclet in catalano;
Chiclete in portoghese
ed ho scoperto che deriva da: Chicle, cioè la gomma naturale ricavata dal Manilkara chicle, una pianta tropicale sempreverde originaria del Centro America.
Quindi cicles secondo me deriverebbe semplicemente dal nome di questa gomma! Mistero risolto?
Direi proprio di si (anche se penso che sia giunto in Italia attraverso queste gomme, che in realtà ricordavo da piccolo): ammazza che schegge che siamo. Dovremmo riprovare coi cerchi nel grano? Magari risolviamo pure quelli.
Domani qua c’è il Superbowl, che per me ha davvero pochissimi motivi di attrattiva: non capisco il Football americano e detesto Bruce Springsteen, che canterà nell’intervallo. Negli USA invece è un evento mediatico enorme, e gli spot pubblicitari che lo interrompono sono fatti apposta e di solito segretissimi (uno slot da 30″ costa circa 3 milioni). Ma ogni anno c’è una controversia, dalla poppetta denudata di Janet Jackson di qualche anno fa, fino a questo buffissimo spot di PETA (People for Ethical Treatment of Animals) sul vegetarianismo, bandito dalla NBC nel 2009 perché considerato osceno (e forse perfino realizzato apposta per essere proibito in tv).
Due considerazioni: innanzitutto, pur non essendo vegetariano, sono assolutamente a favore del trattamento etico degli animali e non ci vedo alcuna contraddizione – anche se posso capire che per qualcuno una cosa tiri l’altra. Sono anche per il trattamento etico di Emilio Fede, benché forse gli mangerei volentieri il cranio.
Ho grandissimo rispetto per chi non mangia carne (ho avuto ben due fidanzate vegetariane) e anche per i vegani, e non vorrei MAI convincerli che sbagliano. Ma a una condizione inderogabile: che loro rispettino me e le mie scelte, e che non si arrischino mai a cercare di convincermi che faccio male. Altrimenti sarò lieto di farmeli alla brace, con contorno di funghi e melanzane.
Lo spammer non dorme mai, non conosce festività ne’ pause caffè: egli è sempre ON. Una delle ragioni è che spesso non è un umano, bensì un agente software che spara milioni di email e che non distingue la data simbolica, o la natura dei messaggi che invia. Nel giorno di natale 2008 (cioè oggi), ore 14:50, mi arriva questa cartolina di auguri:
If your whole life is shit, at least you can have a decent watch on
Mi pare una frase assurda sempre, ma davvero stupefacente a Natale, e mi chiedo: ma davvero esisterà qualcuno che ha questa opinione? E come gli è successo?
Qualcuno ha postato nell’apposito newsgroup (alt.binaries.pictures.movie.posters) una stupenda collezione di locandine di film, dagli anni ‘30 a oggi. Circa 800 immagini, alcune ottimamente scansionate, tra le quali questa:
clicca per ingrandire
Non ne so nulla, se non che Acid, delirio dei sensi di Giuseppe Scotese è del 1968 e certamente fa il verso a The Trip, curiosissimo film dell’anno precedente diretto da Roger Corman e scritto da Jack Nicholson. La fantastica locandina è in perfetto stile sex lib: pare che spaventi, ma invece attira. Uno stile possibile nei favolosi 60s, impossibile nei bacchettonissimi 00s.
Sono diversi anni che ogni tanto dico di voler formare un gruppo country, e ogni volta la gente mi guarda perplessa. Secondo me pensano ai Good Old Boys del film The Blues Brothers – vestiti da cowboy con chitarra. Poi, per fortuna, quest’anno Snoop Dogg ha fatto la geniale My medicine, collegando due mondi apparentemente inconciliabili.
Il crossover pappone nero/cowboy è favoloso, e l’immagine poetica di Snoop che va all’assalto di Grand Ole Opry è splendida. Non solo, ma la musica ha un tiro fantastico. E’ proprio questo che intendevo con country; non quella roba western (che pure ogni tanto ha il suo bello), ma roba tipo questa:
L’autore, il bassista della band (di J.J. Cale, una delle mie divinità minori), è Tim Drummond – che insieme a Jim Knelter costituisce una delle mie sezioni ritmiche preferite. Questo brano, portato al successo da Ry Cooder nel ‘79 (con Drummond & Knelter, in quello che si dice essere il primo album registrato in digitale nella storia, Bop till you drop), è un eccellente esempio di quello che penso: che dentro molto country c’è un potentissimo motore ritmico, a volte distante solo un grado dal funk.
Grazie a Deemo per il (tentativo di) video di Snoop in Hi-Fi.
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