Non ce n’è: a me i Cookie m’hanno sempre insospettito. E infatti sul New York Times c’è un bell’articolo sul Retargeting, pratica orrenda che si attua proprio utilizzando i Cookie. Una signora americana vede delle scarpe su un sito ma non le compra. Da quel momento viene inseguita da pubblicità di quelle scarpe in molti altri siti. Una storia sgradevole, con un sapore proprio brutto. La cosa davvero terribile però è che, mentre in molti paesi si discute su come regolamentare questo settore, qua da noi il problema è ignorato. Vaglielo a spiegare a Giovanardi cos’è un Cookie.
Oh, detto questo a me il Retargeting mi fa una pippa, come a molti di voi – ma forse non a tutti. Quindi vale la pena di ricordare che, nelle preferenze (di Firefox in questo caso, ma anche di tutti gli altri browser) dove dice Keep cookies until bisogna scegliere Until I close Firefox, e mai lasciare l’opzione di default Until they expire: il cookie di Google, per esempio, scade nel 2038.
Le principali differenze tra le pubblicità italiane (o europee) e quelle americane sono due. La prima riguarda le campagne comparative: negli USA è possibile fare dei confronti (ovviamente a proprio favore) nelle pubblicità. Tra le battaglie titaniche alle quali ho assistito mentre ero lì ci sono quella del zuppificio Progresso contro tutti gli altri (Campbell in testa) – e quella della compagnia telefonica Verizon contro la AT&T sulla maggiore copertura di segnale (nella foto). L’idea mi piace? Non saprei. E’ ovvio che vinca chi ha più soldi da spendere, e alla fine il consumatore non è che ne sappia molto di più. Però guardare due colossi sbranarsi (o comunque perdere la calma, come ha fatto Nescafè quando è uscito sul mercato USA l’instant coffee di Starbucks, altrettanto imbevibile ma immensamente più costoso e cool) è un bello spettacolo.
La seconda riguarda la reclàme delle medicine prescription, quelle per le quali ci vuole la ricetta medica. Questo suggerisce un rapporto diverso tra medico e paziente, il quale grazie alla pubblicità sa già cosa vuole. Questo capita anche da noi, ma negli USA è proprio previsto. In tv vanno molto tranquillanti, sonniferi, ansiolitici e naturalmente tutti i farmaci utili alle patologie croniche – il vero business delle case farmaceutiche: l’asma, il diabete, il cuore e ovviamente la mazza.
Questo è lo spot Tango che reclamizza il Viagra. Oltre al sublime ritornello Viva Viagra (sulla melodia di Viva Las Vegas di Elvis), fate caso agli effetti collaterali detti in dettaglio con la stessa voce e velocità di quelli positivi (devono farlo per legge negli USA, diversamente da qui dove gli speaker fanno a gara a chi li sciorina in meno tempo). La mia preferita resta l’avvertenza: “Seek immediate medical help for an erection lasting more than four hours”. Azz’.
E’ da un po’ di tempo che vedo questo genere di pubblicità; in televisione (dove Mtv ha un vero e proprio programma intitolato Love Test: “Invia il tuo nome e quello del partner al…”) e adesso anche su internet. Di fronte a queste cose improvvisamente mi si palesa il paesaggio psichico dei poveri mentecatti che usano questi servizi, e mi manca il fiato. Ma poi capisco tutto: Dio, il Demonio, il Divino Otelma e il polpo Paul. Di fronte a “Invia il tuo nome e quello del tuo partner” diventano di colpo tutti assai probabili. Ma veramente esiste gente che invia il suo nome? E a questi che gli puoi fare? Rimandarli a scuola? La psicoterapia? Tante coccole e antidolorifici?
Essenso un utente Apple ormai da oltre vent’anni posso dire una cosa con certezza: l’azienda è notevolmente peggiorata negli anni, fino a raggiungere livelli di inconsapevolezza davvero stratosferici. L’ultima, di ieri, fa ridere, piangere e sperare che Cupertino sia teatro di una terribile sciagura stile voragine in Guatemala. Esce la nuova release del sistema operativo per Iphone, che promette mille meraviglie e altrettante novità. Lo scarico, lo installo e cerco di capire come funziona. Di un manuale nemmeno l’ombra: solo quella irritante pubblicistica Apple priva di dettagli.
Intediamoci: il nuovo sistema operativo è una bufala. Hanno finalmente aggiustato alcune cose (tra cui un programma di posta che sembrava disegnato da un puffo tossicomane) e aggiunto alcune funzionalità che classificare come cazzate offende il membro maschile. L’unica vera novità è il multitasking: non più aprire e chiudere applicazioni ma, finalmente, funzionalità che vanno in background.
Naturalmente (questo lo capisce anche un tafano ubriaco che di cognome fa Jobless) diventa essenziale poter chiudere le applicazioni, che altrimenti continuano a girare sullo sfondo. Irrilevante se l’applicazione è passiva, fondamentale se invece continua a ciucciare batteria e traffico dati, come nel caso di Maps, che va col GPS. Ma quegli stilosoni di Apple figurati se accludono un cazzo di pdf con delle istruzioni: non sia mai, che poi la gente si spaventa. Quindi per scoprire come fare quit ho dovuto mettermi in rete e cercare nei forum, dove alla fine ho trovato la soluzione. Una soluzione, per niente intuitiva, nemmeno ventilata dal sito Apple (in modalità multitasking toccare insistentemente sulle applicazioni nel tray, come per eliminarle. dopo due secondi compare una piccola iconcina toccando la quale l’applicazione si chiude), che sembra sempre di più un’azienda Mediaset.
Ieri sera in Cox18 è andata bene, mille e mille grazie a chi è venuto; chi non ce l’ha fatta sappia che si replica a ottobre. A breve sarà disponibile il video (gentilmente girato da Bernardo e Riccardo, studenti IED di video) , naturalmente su questi schermi. Se avete fatto delle belle foto, me le mandate?
Di tutte le diciture apposte sui pacchetti di sigarette, per persuadere, consigliare e minacciare il pueblo, la mia preferita è questa:
Il fumo crea un’elevata dipendenza, non iniziare.
E lo scrivete sulle sigarette? Se uno ce le ha in mano è facile che abbia già iniziato, no? Per funzionare davvero, mi pare, andrebbe invece apposta (sempre in bianco e nero stile necrologio, a coprire il 40% della superficie) sulle merendine, sul latte, sui giocattoli, sul vestito della maestra, sulle scatole dei Corn flakes e dei pannolini. Non sarà un mondo più bello ma magari meno fumante (dalla bocca, che dallo scappamento invece iniziano tutti appena possibile e non smette mai nessuno).
Chiunque frequenti siti poco raccomandabili, come ad esempio quelli porno commerciali – ma non soltanto quelli – sa che l’ultima frontiera della reclàme è il bannerino localizzato, non solo nella lingua del paese dal quale si naviga (come il maledetto Google olandese, che mi si apre sempre a Amsterdam e che non ci capisco quasi una mazza) ma anche, a volte, con riferimenti geografici precisi: Trova Viagra in Lombardia! o Abbiamo ragazze in Italia – spesso tradotti male. Qui siamo un passetto oltre, anzi due.
Chi l’avrebbe mai detto? A leggere questo banner esisterebbe una sorta di Lotteria di prestazioni orali a Gaggiano, ridente paesello dell’hinterland sud milanese, e il vincitore potresti essere proprio tu! Chissà poi perché Gaggiano? E’ un bel paese, ma non esattamente distinguibile da Cazzago, che però è più verso Brescia. Comunque sia, mi bastava cliccare sulla ragazza preferita e avrei potuto vincere un pompino. Ma la sola idea di andare a ritirare il premio in autobus con questo tempaccio mi ha scoraggiato e così non ho partecipato – perdendo forse per sempre l’opportunità di godere un orgasmo furtivo e semi-anonimo sotto la luna malandrina e inebriante di Gaggiano (Mi).
Come mi capita di tanto in tanto, stavo pensando di guadagnare qualche euro da Radiogladio.it. I numeri sono abbastanza (circa 15.000 visitatori unici al mese, per una media di circa 50.000 pagine viste), e forse si può trovare una soluzione che mantenga il sito gratis per voi ma magari paghi le spese di mantenimento – non dico il mio tempo a farlo. Si pongono lo stesso problema (con numeri diversi dai miei, naturalmente) molti quotidiani; ne parla oggi Repubblica (che però è parte in causa) commentando l’annuncio del Times (di Londra) che diventerà a pagamento. Anche il New York Times (come già l’L.A. Times) offre servizi internet extra agli abbonati, e il NYT diventerà Freemium (parte gratis, parte a pagamento) nel 2011.
Essendo piccolo ma non minuscolo, ho pensato di esplorare Adsense, il servizio di Google che fa comparire delle pubblicità mirate nelle pagine, e che paga per ogni vostro click sulla réclame. La domanda principale naturalmente era “Quanto mi date a click?” La risposta la trovo in fondo alla pagina Operazioni di pagamento:
Quanto si può guadagnare? Il tuo guadagno dipende da una serie di fattori, compreso il tipo di offerta che un inserzionista fa per pubblicare annunci sul tuo sito. Riceverai una percentuale dell’importo pagato dall’inserzionista. Il modo migliore per sapere quanto potrai guadagnare è accedere e cominciare a pubblicare annunci sulle tue pagine web.
Ma come: io sottoscrivo un contratto con un mediatore e non so ne’ quanto guadagno ne’ che percentuale si prende lui? Ma che mondo è, quello dei Puffi? Un contratto del Monòpoli? Facciamo che io ero un blogger e tu un’agenzia di banner? Roba da matti, da eterni adolescenti però falsi. E mi torna in mente il titolo del nuovo libro di Jaron Lanier, You are not a gadget (su Amazon, con una lunga intervista all’autore), dove tra l’altro se la prende col web 2.0, in cui gli utenti mettono i contenuti ma non beccano un soldo (e ha perfettamente ragione). Lui si riferisce a piattaforme tipo Facebook o Youtube, ma lo slogan funziona perfettamente anche per Google Adsense: io non sono un gadget, e nemmeno un fesso. Se vuoi fare affari con me devi dirmi come funziona, quanto guadagno (semmai è l’intermediario che prende una percentuale) e quanto ci pagheremo di tasse, altro che “accedere e cominciare a pubblicare”.
Una delle cose che mi urtano di più di Facebook è ricevere questi messaggi:
The Unbelievable Cazzons became a fan of The Unbelievable Cazzons on Facebook and suggested you become a fan too.
Non so bene in italiano come sia, ma mi pare assolutamente goffissimo. Cioè, ti apri il tuo fan club su FB, che già è un po’ così, e diventi il tuo fan numero uno. Dopodiché inviti i tuoi “amici” (che magari sono proprio tuoi amici) a diventare tuoi fan. Il meccanismo credo dovrebbe essere che qualcun altro tuo fan mi suggerisca di diventarlo, no? La cosa imbarazzante è che non sono solo The Unbelievable Cazzons (sestetto esordiente di speed-polka) a essere fan di se stessi, che lo capisco e lo giustifico, ma anche famosi professionisti e noti artisti italiani, che non nomino per gentilezza ma che – lo sappiano – tra me e me derido un po’.
PS: Il piazzamento di Vittorio Emanuele Filiberto Gianfrescobaldo di Savoia a Sanremo non mi sorprende nemmeno un po’. Come dite? Fa cagare? E’ un infame esempio di musica? E’ la cosa peggiore che abbiate mai sentito? Vorreste tirare patate crude agli interpreti? E che c’è di nuovo? Che l’anno scorso c’era Stravinski? Come mai ci si lamenta di Sanremo? Dopo 60 anni si spera che cambi? Non ci sono cause più interessanti per cui battersi che per un Sanremo migliore?
Ogni tanto capita, e ogni volta mi colpisce: l’uso di testimonial morti mi pare un orrore. Non devono concordare come me Fabrizio Russo e Sofia Cortellini Klein (il nome buffo non me lo sono inventato, e non sono jeans marchiati Klein – o Levi’s, come suggerirebbe il gioco di parole nel titolo di questo post: la marca non la scrivo), proprietari di un marchio che non s’è fatto scrupolo di utilizzare niente meno che Jimi Hendrix per pubblicizzare dei jeans: ” Dopo il primo step che ha visto Steve McQueen protagonista della promozione del marchio, questa volta è il ‘guitar hero’ a rappresentare lo spirito della collezione primavera/estate 2010″. Insomma una marca di jeans proprio necrofila: mortacci (sua).
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