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Post della categoria musica.

The Queen of Cool

Ecco a voi tonnellate di stile – se vi piace il funk/soul. Io lo so che Aretha Franklin ha stufato, che a furia di ascoltarne pallide imitazioni si è persa la memoria del motivo per cui la chiamavano The Queen of Soul. Eccola, negli anni ‘70 (il brano, Rock Steady, è del ‘71, dal sublime album Young, Gifted and Black), al picco della potenza.

Per quanto mi riguarda qui tutto è very cool: il presentatore, l’ottimo Flip Wilson (che non grida ma sussurra), le coriste (con pettinature favolose e mosse fantastiche), Aretha medesima, che strilla QB e sta sul tempo come se fosse su rotaie, il suo piedino che batte inesorabile il tempo, il suo sarto (preso da un raptus indo-africano), il chitarrista, che non si vede ma fa un lavoro stupefacente (tutti i musicisti sono manici, sia in questa versione che in quella dell’album), il verso “We’ll call the song exactly what it is” e perfino il regista, che verso la fine si da al montaggio pop che piace ai giovani. Alza a palla.

Che musica ascolti?

Oggi, per caso, ho attivato la funzione play count di Itunes, che mi dice quante volte ho ascoltato un brano. Mi pare un eccellente indicatore, e un’ottima risposta alla domanda/titolo del post, che mi imbarazza sempre un po’. Vi incollo i miei primi 20 (il conto parte da dicembre, quando ho reinstallato Itunes):

Così, a botta secca, pare la selezione di un pazzo, ma ha una sua logica. Le prime cinque sono relative al fatto che sto suonando molto la chitarra, e in particolare mi sto esercitando su quei brani. Predomina il country/blues, anche se la dance (in diverse forme) non scherza, e Johnny Pacheco è immenso. Grazie a Dio non tutto è d’epoca, ma molto sì – come la furibonda, strepitosa e ingiustamente poco nota Ventilator Blues degli Stones – con un riff di chitarra e piano che se non stai attento ti incasina la stanza, ti seduce la nonna e se ne va con l’armadietto dei medicinali.

Elio e le storie degli altri

Finalmente ieri sera un bel concerto. Erano diversi anni che non ne vedevo uno così perfetto e consistente: Elio e le Storie Tese alla sala Verdi del Conservatorio di Milano (un posto favoloso, dall’acustica eccellente che si usi l’amplificazione o meno: sarà stato l’ottimo fonico Foffo Bianchi, ma suonava benissimo). Come forse sapete sono amico degli Elii, li ho visti dal vivo infinite volte e li stimo assai, sia musicalmente che personalmente. La data di ieri capita in un momento di grazia del gruppo, che ho anche recentemente visto funzionare assai bene in Tv. Scaletta ottima, coi grandi classici (il concerto, che si apre con una strumentale un po’ fusion – non l’unico orpello inutile della serata* – prosegue con Lo stato A, lo stato B, una delle canzoni più profonde e stimolanti mai scritte in Italia) insieme a brani degli ultimi album, il solito buffissimo teatro Elico (con Mangoni sempre protagonista, e Mario Biondi come vittima assente da pigliare per il culo, geniale),una voglia di suonare proprio rara. C’è perfino un mini-set acustico, col più bell’omaggio musicale a Michael Jackson che abbia sentito. Elio medesimo si conferma una divinità minore del mio Pantheon, e la band è in uno stato di grazia molto speciale: se riuscite, non perdetevi questo tour.

Parlavo più sopra della Tv, e in particolare mi riferivo alle parodie sanremesi – sia del Principe savoiardo che della prima classificata al festival (di cui ricordo solo il sublime verso “in tutti i luoghi, in tutti i laghi”), purtroppo esclusa dal concerto. Se ve la siete persa potete vederla qui: è un capolavoro. E conferma una mia idea sugli Elii. Tra le loro canzoni, le mie preferite non sono quasi mai canzoni “loro” bensì brani di altri, genere in cui sono insuperabili – perfino a volte dagli originali. (Anni fa gli consigliai di fare un intero album di brani per/con/di altri, anche per salvare carriere in letargo, e la lista è lunga: Daniele, Dalla, Vasco, Guccini, e giù fino alla Carrà, che hanno già fatto) Parlo per esempio di Uomini col borsello, talmente iper-fogliana (da Riccardo Fogli) che non solo lui ha fatto il duetto ma l’ha inserita nel suo repertorio (immagino la perplessità dei suoi fan), Il vitello dai pedi di balsa (con Ruggeri), Fossi Figo (con Morandi) fino a Second me (con James Taylor), il Pipppero (col Coro delle voci bulgare) e Born to be Abramo (forse insuperabile). O alle parodie ispirazionali, dove si copiano sonorità e vizi altrui. La mia preferita è di questo tipo è Bis, feroce remix di laghi comuni Ligabueschi (si dice che lui se la sia presa: ottimo), ma anche Tanica in Vano Fossati – stellare – o TVUMDB, in cui diventano (e nominano) gli Earth, Wind & Fire. Canzoni scritte avendo dei limiti ben precisi, a volte inesorabili (come nel Pipppero, o nelle parodie). E’ qui che gli Eelst regalano vere perle, perfette, divertenti e sagge. Confermando una grande verità: la creatività completamente libera spesso funziona meno che avere delle costrizioni, dei vincoli (anche rigidi), i quali invece a volte ci costringono al sublime. Mille grazie agli Elii per oltre vent’anni di eccellente musica, e a Rocco mio omonimo per il trattamento regale.

* Mi chiedo come mai gli Eelst sentano il bisogno di sottolineare la loro perizia tecnica con assoli e virtuosismi vari. Non solo si sa, ma sono spesso momenti musicalmente non esaltanti (benchè tecnicamente perfetti), che risultano molto meno virtuosistici delle parti che poi eseguono nei brani. Per esempio: Paola Folli, seconda voce, fa un lavoro veramente sublime durante tutto il concerto (oltre due ore), talmente strepitoso che il suo assolo arabeggiante (insistitamente presentato) risulta meno potente del resto – e alla fine inutile.

Divento mio fan

Una delle cose che mi urtano di più di Facebook è ricevere questi messaggi:

The Unbelievable Cazzons became a fan of The Unbelievable Cazzons on Facebook and suggested you become a fan too.

Non so bene in italiano come sia, ma mi pare assolutamente goffissimo. Cioè, ti apri il tuo fan club su FB, che già è un po’ così, e diventi il tuo fan numero uno. Dopodiché inviti i tuoi “amici” (che magari sono proprio tuoi amici) a diventare tuoi fan. Il meccanismo credo dovrebbe essere che qualcun altro tuo fan mi suggerisca di diventarlo, no? La cosa imbarazzante è che non sono solo The Unbelievable Cazzons (sestetto esordiente di speed-polka) a essere fan di se stessi, che lo capisco e lo giustifico, ma anche famosi professionisti e noti artisti italiani, che non nomino per gentilezza ma che – lo sappiano – tra me e me derido un po’.

PS: Il piazzamento di Vittorio Emanuele Filiberto Gianfrescobaldo di Savoia a Sanremo non mi sorprende nemmeno un po’. Come dite? Fa cagare? E’ un infame esempio di musica? E’ la cosa peggiore che abbiate mai sentito? Vorreste tirare patate crude agli interpreti? E che c’è di nuovo? Che l’anno scorso c’era Stravinski? Come mai ci si lamenta di Sanremo? Dopo 60 anni si spera che cambi? Non ci sono cause più interessanti per cui battersi che per un Sanremo migliore?

Gangsta art


Los Angeles, mural by Mac, lettering by Retna
(click to enlarge)

PS: Beh, che sorpresone. Grazie a Deemo, a cui non sfugge quasi mai quasi niente, adesso sappiamo che il modello del murale qui sopra è nientemeno che Flycat, MC italo-losangelino della primissima ora (e uno dei pro-motori del primo hip hop italiano). Insomma: vai a LA, fai una foto a un muro e sopra c’è uno che conosci (e saluti: hi dude, whazzup?): tres bizarre.

PPS: Dice sempre Deemo, a cui in fatto di immagini non sfugge mai proprio niente: “La roba di El Mac devasta”. Come dargli torto?

Hoochie Coochie SM

mddy

Qualche post fa mi sono abbandonato a reminescenze giovanili post-fricchettone, uno dei lussi dell’età. Un altro di questi previlegi è di poter cantare a squarciagola Mannish Boy di Muddy Waters (qui ritratto mentre mostra orgogliosamente una copia del suo primo disco, 1943) senza sembrare ridicolo, e anzi esprimendo con mucho sentimiento il significato del testo. La versione di riferimento è questa (non esattamente, ma è dello stesso periodo, la band è la stessa, ecc.), l’ultima – non a caso quella in cui è più maturo. Eh sì, perché ci vuole un po’ di panza per cantare:

Now when I was a young boy, at the age of five
My mother said I was, gonna be the greatest man alive
But now I’m a man, way past 21
Want you to believe me baby,
I had lot’s of fun
I’m a man
I spell mmm, aaa child, nnn
That represents man
No B, O child, Y
That mean mannish boy
I’m a man
I’m a full grown man
I’m a man
I’m a natural born lovers man
I’m a man
I’m a rollin’ stone
I’m a man
I’m a hoochie coochie man

Soundblog and more

Come scrivevo l’altroieri, penso che il sito di chi produce cose debba offrire ai visitatori dei contenuti. Non siamo in tanti a pensarla così, e il web è pieno di samples, estratti, “clicca qui per comperare il resto”, ecc. Non è il caso di Enrico Ascoli, musicista e sound designer torinese di curiosa estrazione (colta ma contaminata, diciamo) il quale, essendo anche psicologo, vede la questione da un angolo davvero interessante. In rete lo fa a partire dal suo sito, ma con una serie di propaggini: ha un blog su blogspot (molto variegato, con alcune cose efficacissime – come la pubblicazioni di reperti sonori recuperati perfino nelll’immondizia – e altre  secondo me meno, come gli aforismi), una sua zona su Soundcloud e una su Vimeo. Il tutto offre uno spaccato delle (belle, efficienti e a volte sublimi) produzioni di Enrico (molte delle quali scaricabili), ma anche dello stato della (sua, ma anche altrui) riflessione sul suono e i suoi impieghi: piacevole per tutti, utile per chi fa mestieri creativi, indispensabile per chi studia questi argomenti (studenti: cliccate ora).

Nasale con i tuoi

Una delle cose assai irritanti della scena musicale italiana è che non solo uno su mille ce la fa (invece di uno ogni sessantatre, per dire) ma di solito ce la fanno persone terrificanti. Due esempi, uno col peccatore, l’altro col peccato.

Giovanni Allevi: a sentirlo parlare sembrerebbe Stravinski. Invece poi a sentirlo suonare proprio per niente. Ma la cosa tremenda è che, in cima a questa saccenza dagli esiti mediocri, ha una personalità feliciona davvero repellente, almeno per me (e forse anche un po’ tarocca). Insomma, se l’uno su mille è Allevi, magari potremmo anche fare senza, no?

L’altro non lo nomino per paura di finire dentro le sue capienti narici. Questo ce l’ha proprio fatta (per ora: dove sta lui si va e si viene con grande rapidità), e in qualche modo rappresenta nei media mainstream una scena, e una generazione, di cui ho fatto molto tangenzialmente parte anch’io. Della sua arte (che non mi piace ma rispetto) non parlo, anche perché non è per quella che oggi lo conosciamo. Ho solo una domanda: ma non potrebbe pippare un po’ meno prima di andare in Tv a coprire di merda la gente? Non si vergogna? Non lo sa che mentre delira in diretta nazionale, molti di noi lo vedono che non è lui che agisce, bensì tutta quella Cocaina che ha in corpo – e non è un bello spettacolo?

Chiudo i commenti che sennò poi fate il nome e io vado al gabbio ;)

Country Boy

Per mille ragioni, alcune belle e altre meno, mi ritrovo a 50 anni a avere alcune vite diverse alle spalle. Non mi riferisco naturalmente alla reincarnazione, ma al fatto che ho fatto molte esperienze diverse e che, nel bene e nel male, mi è sempre piaciuto cacciarmi in situazioni estreme.

Nel ‘79 ho trascorso un anno a Sydney, in Australia. Ero un curioso ibrido stilistico all’epoca: reduce degli anni ‘70, che specialmente verso la fine si sono fatti davvero cupi e minacciosi, molto attratto dal nuovo (che all’epoca per me erano i Clash) ma ancora intriso di musica degli anni precedenti. A guardarmi avevo ancora l’aria di un post-hippie, e a questo bisogna aggiungere che suonavo la chitarra acustica stile fingerpicking. A Sydney lavoricchiavo, mi godevo il clima assolato e socialmente molto diverso dall’Italia (avevo 19 anni, ero proprio un pischello) e arrotondavo suonando per strada, in inglese Busking. Un’attività utile sotto molti aspetti: era piuttosto remunerativa (lì e allora, non so dire quanto qui e adesso), un ottimo esercizio (incuriosire chi passa suonando sul marciapiede richiede uno sforzo molto maggiore che da un palco) e si rimorchiava moltissimo: poche cose rendono magicamente attraenti quanto maneggiare una chitarra; è la ragione numero uno per la quale una notevole percentuale di chitarristi, anche famosi, ha iniziato a suonare.

Il mio repertorio era assolutamente anni ‘70: James Taylor, David Crosby, alcune perle del country/blues di allora (come Mr Bojangles o Steamroller Blues) e naturalmente Bob Dylan. Tutta musica che, tranne alcune cose davvero stucchevoli (ma ottime per far cacciare il dollaro al passante) mi piace ancora oggi, benché nel 2010 ascolti più di frequente i Tool (o i Simian Mobile Disco, il cui ultimo album però è un po’ deludente). Uno dei miei pezzi forti di Dylan era Don’t think twice it’s all right. Che ha una bellissima melodia, un testo perfetto, feroce ma vero, e la versione originale è suonata proprio bene – senza plettro, come piaceva a me. Dylan l’ha incisa nel ‘63, a 22 anni, e già faceva buffo sentir dire quelle cose a un guaglione. Posso immaginare che effetto facessero ai passanti in bocca a un buffo capellone italiano diciannovenne.

PS: Il link alla canzone punta verso il sito di Dylan, che è un esempio mirabile di presenza web: ci sono tutti i suoi testi, e samples (di circa un minuto) di moltissime sue canzoni (forse tutte). Semmai non l’aveste letto, il suo libro Chronicles vol. 1 (Feltrinelli) è un capolavoro assoluto.

Son of a Weather Report

Avete presente quando vi pare di sentire dentro un disco delle parole che non ci sono? A me succedeva spessissimo da piccolo, quando non parlavo l’inglese: nell’immortale versione woodstockiana di I’m going home dei Ten Years After (un piccolo capolavoro di punk-blues elettrico), mi è sempre sembrato che Alvin Lee cantasse (verso i due minuti dall’inizio) Peppino go! (mentre era più banalmente Baby don’t go). Un altro pezzo enigmatico dell’epoca era contenuto in un disco davvero centrale nella mia discografia: Mysterious Traveller degli Weather Report. Nel ciclone Nubian Sundance (davvero un pezzone dance, di una dance che non è mai accaduta), a un certo punto c’è un coro che dice:

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Non lo ascoltavo da anni, e oggi ho più che mai il dubbio: sono io che non ci sento, o dice proprio Figlio di puttana?