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A volte rimangono

Guardo Rai Storia, che è involontariamente favolosa (con pezzi d’Italia andata assolutamente sublimi) ma volontariamente spesso discutibile. Benché diretta da Paolo Ruffini, Rai Storia è il feudo di Giovanni Minoli, in onda quasi tutte le sere. Minoli, lo dico per i più giovani, è stato la voce del padrone fin dai tempi del Craxismo, di cui era uno degli esponenti di punta. Una voce dichiaratamente schierata, che non ha perso ne’ il pelo ne’ il vizio (ma ha preso qualche chilo – pur restando immensamente vanitoso).

Rinascimento Nucleare
Il futuro del nucleare in Italia, tra costi, pericoli, strategie, vantaggi. Ma anche un’analisi del passato, a partire da Fermi e dal gruppo di via Panisperna; il racconto della storia recente fino all’incubo di Chernobyl; sino all’oggi. Ripartire dal simbolo perduto come se un grande vecchio avesse guidato la mano dei nuovi ricercatori dell’energia. Ripartire dal simbolo del nucleare per una nuova politica energetica all’insegna dell’indipendenza dalle altre potenze e dalla sostanziale inesauribilità delle risorse. Per qualcuno una provocazione. Per qualcun altro una benedizione.

Questo testo, tratto da qui, potrebbe essere:

1. Il comunicato stampa di un’iniziativa del Governo sul nucleare.
2. Il brief dell’intervento di Altero Matteoli al simposio sull’energia di Strüzzømålnatö.
3. Il depliànt promozionale di un costruttore di centrali atomiche chiavi-in-mano.
4. La scheda di presentazione di Dixit di stasera.

La cosa brutta è che molto probabilmente è un po’ tutte queste cose. Quella certa è che la risposta esatta è l’ultima.

Lusso vs miseria

Una bella notizia: Chiude Blockbuster. Non solo mi faceva orrore il luogo, la selezione, l’illuminazione, i colori e la clientela ma, essendo di Fininvest, aveva solo film ripugnanti (come avevo già scritto tempo fa). Chiude in Italia e anche negli USA, con una differenza capitale. In America infatti BB muore sotto i colpi di Netflix, che ho testato mentre mi trovavo lì e che funziona a meraviglia: 8.99 $ al mese per tutti i film che vuoi, recapitati in DVD via posta (in 24 ore), senza penali per il ritardo perché non esiste data di riconsegna. Non solo: moltissimi film e serie tv possono essere visti in streaming dal PC.

In Italia viceversa Netflix non ce l’avremo mai, così come non avremo Hulu (film, documentari e serie tv gratis in streaming). Perché? Per via di Mediaset Premium on demand che ha molti dei diritti su film e tv. Per 10 euro al mese (più decoder abilitato a pagamento) si hanno “fino a 50 FILM diversi tra cui scegliere e le ultime puntate delle più famose SERIE TV americane. I film si aggiornano automaticamente, così ogni settimana hai 12 film sempre nuovi!” (ma sempre “fino a 50″).

Quindi, mentre Netflix ha TUTTO, Il Mediaset delle libertà (ma non di scelta) ha massimo 50 film diversi tra cui scegliere. Tarkovski? Bunuel? Macché: Vanzina, Neri Parenti e naturalmente Biutiful. Saremo pure i mejo, ma a me sembriamo sempre i mejo fessi.

Ragazzi di chi?

Parlando con Luca capita spesso che ci facciamo notare cose dei rispettivi paesi (lui vive negli USA) alle quali non facciamo caso. Questo in Italia è un problema serissimo: la situazione è talmente logora che non ci rendiamo nemmeno più bene conto di cosa diciamo, e quindi pensiamo. Un eccellente esempio è sintetizzato nell’espressione Semo i mejo. Noi non ce ne rendiamo più conto, ma la sindrome della superiorità italiana è diffusissima e quasi sempre immotivata: in televisione, sui giornali fino alle chiacchiere da bar, c’è sempre questo pensiero, magari nascosto ma c’è. La Rai da questo punto di vista raggiunge il ridicolo, specialmente nello sport: magari sta per saltare quello che forse batterà il record mondiale, ma la regia italiana stacca per farci vedere l’arrivo in ottava posizione (“Comunque un ottimo piazzamento”) di qualche Nostro ragazzo. I commenti di eventi sportivi internazionali sono costantemente inquinati da questo spirito patriottico, per cui sarebbe preferibile soffrire coi nostri invece di ammirare l’evidente superiorità di chi è primo. Se c’è una squadra italiana in campo il telecronista fa smaccatamente il tifo (una cosa orrenda, che rivela una totale assenza di signorilità), giustificando le magagne e dolendosi del risultato “immeritato”.

E’ uno spettacolo provinciale e disgustoso, che per quanto ne so non ha uguali al mondo (almeno nel primo e nel secondo). Non si tratta di orgoglio nazionale (che non abbiamo, almeno quello) ma di ristrettezza mentale (e negazione della realtà: cifre alla mano siamo messi male). E poi si fa presto a dire: “Tifiamo per i nostri”. I nostri chi? In che senso nostri? Miei e di quello con quella faccia lì? Ma per cortesia…

PS: Ma a proposito di sport, politica e dignità non posso levarmi dagli occhi lo spettacolo in assoluto più disgustoso che abbia mai visto: Melandri e Rutelli sul carrozzone dei vincitori dei mondiali di calcio del 2006.

Non è un paese per giovani

Il New York Times stamattina parla di noi: “Is Italy too italian? From Taxis to Textiles, Italy Chooses Tradition Over Growth.” L’analisi è molto interessante, e la conclusione tremenda: scegliamo la tradizione e non la crescita, che è un po’ quello che scrivevo su Rumore (in modo più punk e assai meno documentato) qualche mese fa, e non ci aspetta un bel futuro. Il mio consiglio è di preparare i passaporti.

Non Anchor

Una delle vittime, oltre che degli attori, della rivoluzione digitale è certamente la stampa. In atto ormai da diversi anni, il complicato processo va dalla digitalizzazione degli archivi alla creazione di contenuti speciali, multimedia, ecc. fino alla riconfigurazione totale del modello di ricavi. Tanto per dire: in un paese davvero digitale (quindi non l’Italia) ha senso dare ai giornali un finanziamento per la carta, o magari sarebbe più interessante darglielo per i byte? Fattostà che i giornali stanno provandoci davvero (anche perché l’alternativa è sparire), con molte diverse iniziative e modelli economici. Naturalmente l’idea di creare dei contenuti video è piuttosto ovvia: non solo questi sembrano essere assai apprezzati in rete, non solo possono essere guarniti con spot prima e dopo, ma dentro ci possono stare quei giornalisti che passano le loro serate a dare pareri in tv: se la gente li guarda lì, perché non anche su internet?

E’ il caso di Repubblica Tv, presente anche sul digitale terrestre (con un effetto curioso: pare proprio una web tv, però sta in televisone), e di Corriere Tv. Tra i “programmi” di punta di quest’ultima c’è Il Sorpasso, un editoriale video di 4/5 minuti di Pierluigi Battista. Spot, sigla e poi – in gloriosi 480 x 265 pixel – ecco comparire Battista, nella foto. Sudato, male illuminato, vestito come se fosse stato vittima di una sciagura pochi minuti prima, coi capelli residui scompigliati, un po’ a disagio, Battista ci dice la sua. Come in televisione, ma con una piccola differenza: abbandonato a se stesso, Battista (che scrive bene ma non è esattamente Walter Chiari) ha una curva discendente che rende arduo arrivare alla fine del pur breve sorpasso. Lui è un caso eclatante, ma non è il solo. Stanno scoprendo una cosa ovvia: la televisione non è solo sostanza – non può esserlo. L’intervento di Battista (interessante quello di oggi sull’ascesa di Renzo Bossi, da cui è tratto il fotogramma) è preciso nella sostanza ma inesistente (e dannoso, per Battista e per chi lo guarda) da un punto di vista formale, che in tv è piuttosto grave. Insomma, se il futuro è guardare Pigi che suda invece di leggere i suoi eleganti articoli, mi sa che si stava meglio quando si stava peggio.

Dio polpo

Torno brevemente sulla questione del polpo Paul – che ha scatenato l’immaginazione di molti continuando a azzeccare pronostici sui mondiali. Prendiamo una decisione. O:

• il polpo Paul casualmente indovina i risultati, avendo ogni volta il 50% di probabilità di prenderci. In questo caso perché il maledetto animale domina stampa e televisioni (italiane, non so altrove)?

• il polpo Paul è un oracolo divino, mandatoci da Dio nostro signore per indicarci la retta via. In questo caso come mai siamo così imbecilli da fargli domande così irrilevanti? Perché non “C’è vita dopo la morte?”, “Come risolvere la situazione in Medio Oriente?” o “Qual è il senso ultimo dell’esistenza?”

Freedom of depress

Io sono sempre per la libera informazione, e sono pronto a fare da scudo umano, se necessario, affinché i quotidiani – specialmente quelli che lodevolmente tentano di raggiungere anche solo un minimo di autorevolezza – siano liberi sempre e comunque di pubblicare notizie anche scomode come questa:

Il polpo ha “parlato”: vince la Germania
Finora l’animale ha azzeccato tutti i risultati. Ma solo all’ultimo ha scelto il contenitore con la bandiera tedesca.

Ai quarti di finale tra Argentina e Germania vinceranno i tedeschi. La previsione arriva da una fonte al di sopra di ogni sospetto: il polpo Paul, 2 anni di età, ormai rinomato dato che ha azzeccato il risultato di tutte e quattro le partite giocate dalla squadra di Loew (le vittorie con Inghilterra, Ghana, Australia e la sconfitta con la Serbia). Dall’acquario di Oberhausen, dove vive, Paul ha dato anche questa volta il suo verdetto.

Prima di “decidere” da che parte stare (poteva scegliere tra due scatoline contrassegnate dalle due bandiere, con dentro due cozze) ha avuto una lunga esitazione, segno che il match sarà combattuto. La portavoce dell’acquario Tanja Munzig ha detto che la “predizione” di Paul è arrivata dopo un’ora di dura lotta interiore, se così si può dire. Solo quando gli organizzatori, ormai rassegnati, stavano per togliere dalla vasca i due contenitori Paul ha fatto un rapido balzo in quello della Germania, mangiandosi la prelibata cozza.

E nota bene: il polpo, seppure cresciuto in Germania, è nato in Inghilterra. Dunque, almeno in teoria, dovrebbe essere super partes. La sua carriera di “veggente” è cominciata nel 2008 quando indovinò l’80% dei risultati dei match disputati dai tedeschi all’Europeo.

Dispiace per la cozza, ma mi schiero a fianco del direttore De Bortoli, della redazione e delle maestranze del Corriere della Sera per il coraggio dimostrato in questa e in mille altre vicende: l’avessi pubblicata io ’sta notizia, m’avreste dato del coglione a vita.

(nella foto: il polpo Paul mentre spiega il senso della vita alla redazione del Corsera)

Vernacoliere della Sera

Mi accorgo soltanto adesso della scelta “umoristica” del Corrierone per i titoli delle varie rubriche sul/dal mondiale Sudafricano (guardandomi bene dal leggerle). Si chiamano:

SMS Mondiali: minuto per minuto di Aldo Cazzullo
Gol and the City di M. Laura Rodotà
WWWZela di L. Valdiserri
Il Boero ripieno di Roberto Perrone
Pallone l’africano di L. Gelmini
Un giorno in Pretoria di L. Bottura

A parte il boero, che l’abbiamo capita in 7, e Cazzullo (che rimane sul semplice), gli altri sono… Come dirlo… Distanti dal mio retroterra culturale? Imbarazzanti? Raccapriccianti? Frutto della creatività di uno che si è detto: “Mmmm, WWWzela, è perfetto!” o “Di tutti il mio preferito è Gol & the city”? Di uno che ride dicendo “Un giorno in Pretoria”?

Quando c’era lui

Vado in libreria e scopro che Aldo Biscardi ha scritto un libro (magari è solo l’ultimo di 17, non so dire). Com’è? Manco questo lo so dire: ho davvero poco tempo da perdere. Però ha un titolo fantastico, specialmente scritto tra il suo nome e la sua faccia biscarda: Se non c’ero io. E’ un titolo che, come spesso succede alle frasi sospese, ti viene voglia di completare. Almeno a me. Ecco alcune proposte:

Se non c’era lui:

• Qualcun altro avrebbe dovuto inventare lo sport ululato in televisione, che piace tanto e tanto esalta il popolo italico. Non solo: io sono così vecchio da ricordare commentatori sportivi imparziali e compassati, un genere ucciso dal Biscardismo che io rimpiango molto.

• Dante riposerebbe in pace.

• I capelli rossi tinti magari avrebbero ancora una qualche dignità.

• Forse un pochino meno gente avrebbe pensato di poter avere soldi e fama senza alcun motivo.

• Mastella poi come faceva a sentirsi colto?

Radiophonia

Uno dei non moltissimi buoni motivi per avere una connessione mobile 3G è di ascoltare le radio in streaming. Non solo l’ascolto è di qualità eccellente ma, almeno con la mia connessione, vado da casa a scuola (circa 25 minuti di tram) senza drop o perdita di qualità. Il mio software radio preferito si chiama FStream (sviluppato da Julien-Pierre Avérous – che sul suo sito offre anche del grazioso freeware), è gratis, e permette di inserire l’indirizzo di uno stream (pare ovvio ma molti di questi software hanno liste preimpostate e non editabili) in formato AAC, mp3, ecc. Le mie stazioni radio preferite (che potete ascoltare anche dal PC fisso ovviamente) sono:

KDAY, back in the day, la stazione retrofunk di Los Angeles.

WWOZ, appena aggiunta, il cui claim è Bringing New Orleans music to the universe!

Però lo so, fa un po’ ridere: ultratelefono, touch screen, 3G, cazzi e mazzi e poi alla fine fa la funzione della radiolina con auricolare de mi’ nonno.

PS: Special thanks to Luca Celada, my personal US radio consultant.