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Post della categoria cronache padane.

Il digital ci divide

Milano: stamattina vado alla ASL a ritirare delle radiografie alla mano, che mi vengono consegnate su CD rom. Quindi procedo alla volta dell’ortopedico (sempre della ASL) per mostrargliele. Nello studio c’era un PC, ma purtroppo ne’ il medico ne’ l’infermiera sapevano farlo funzionare. Fortunatamente l’esito era negativo e quindi non sono servite. Ma tra il ritiro e la visita ho fatto in tempo a passare per casa, infilare il CD nel computer, scoprire che era in formato DICOM (Digital Imaging and Communications in Medicine, estensione .dcm), trovare un software gratis (per Mac, si chiama Osirix, come Wanda) che lo leggesse e convertire le due radiografie in Jpg.

Ma il bello è che questa, che io sappia, è la prima radiografia che contiene un segno simbolico della diagnosi.

Il timbro grave dell’idiozia

Non so voi, ma il mio principale documento d’identità è un cencio di carta ottocentesco con la foto spillettata e lo spazio per i segni particolari. Una schifezza, considerando che un tesserino tipo carta di credito sarebbe più comodo, durevole e sicuro. Finalmente, all’alba del 2010, il Comune di Milano si è organizzato: presso la sede centrale è possibile ottenere una carta d’identità elettronica.

Questa carta vale cinque anni, come quella cartacea. A questa scadenza va portata in Comune dove, con un timbro, se ne proroga la durata per altri cinque. Ora, mettere un timbro sulla mia carta è facile (possono usare lo spazio dei segni particolari). Dopo molti tentativi però, i laureati in timbri del Comune hanno capito che non si poteva metterne uno su un tesserino elettronico: maledetta modernità, dove andremo a finire? Un documento che non si timbra? E che siamo in Svezia? Ma al Comune di Milano non si scoraggiano mica; lo spirito d’iniziativa dei lombardi non conosce limiti:

Il timbro che proroga la validità della carta di identità elettronica emessa dal Comune di Milano viene apposto esclusivamente presso la sede anagrafica di via Larga, 12, attraverso il rilascio di un apposito modulo che viene consegnato al titolare della carta. (dal sito del Comune)

Ma come? Ho il tesserino elettronico e mi tocca circolare anche col modulo che contiene il timbro di proroga? Ma è ridicolo. Immaginati che casini alle frontiere. E infatti il Comune aggiunge:

Nota bene: il Ministero dell’Interno, con nota del 21 agosto 2009, comunica che le Autorità egiziane hanno formalmente notificato di non riconoscere il documento cartaceo di proroga della validità della carta d’identità elettronica. Anche in altri Paesi, quali la Turchia, la Tunisia, la Croazia, la Romania e la Svizzera si sono verificate analoghe situazioni di disagio. Si suggerisce ai cittadini che intendessero recarsi in viaggio nei Paesi sopraindicati di munirsi di altro idoneo documento di viaggio.

Capito? Perfino la Romania s’è accorta di che bestie siamo: arriva la CI elettronica (in netto ritardo sul resto del mondo) ma per cinque anni va accompagnata da un modulo cartaceo timbrato (e immagino facilmente falsificabile). La stupidità burocratica italiana non conosce limiti, e quando ne trova li supera agilmente, proponendo soluzioni che ne rivelano la stupefacente larghezza, l’esasperante lunghezza e l’insondabile, terrorizzante profondità.

The return of the son of P2P

Dice Roberto Maroni a Panorama.it:

“Non rinuncio mai alla musica: in aereo ho sempre l’iPod e anche in ufficio c’è sempre musica di sottofondo. Fra lo stupore dei tecnici del ministero, mi sono fatto anche installare eMule sul pc per scaricare gratis. La mia è e vuole essere una provocazione, perché credo che la soluzione non sia quella francese di tagliare il collegamento a chi scarica illegalmente canzoni. La soluzione è creare un sito protetto, sicuro e legale, dove i ragazzi possano scaricare brani i cui diritti d’autore sono garantiti dall’intervento di uno o più sponsor. Questa è la via maestra per tutelare sul serio i diritti di tutti.”

Molto interessante. Dunque il nostro Ministro degli Interni (che forse parla anche a nome della Lega Nord) tra i molte possibili scenari preferisce questo: musica gratis e diritti pagati dagli sponsor. Non specifica se questi sponsor poi inseriranno un messaggio audio prima del brano (cosa che io pretenderei, se fossi uno sponsor) o si accontenteranno di banner (improbabile). Le altre ipotesi, lo ricordo per completezza, sono una tariffa flat per tutta la musica (che ripianerebbe i bilanci delle Major), un meccanismo che calcoli il numero di volte che si guarda o ascolta qualcosa e ci addebiti i diritti (una sorta di pay per view/listen) o l’attuale vendita di brani a 99 c (secondo me insensata, e figlia del vecchio modello di business musicale).

Noto infine, con una certa sorpresa, che c’è ancora qualcuno che usa eMule. Direbbero negli USA: “That’s so 2002″.

Brambilla a chi?

Per una volta concordo con un’opinione espressa da un esponente del governo, il Ministro Brambilla, che a proposito di integrazione degli immigrati scrive:

Riteniamo che la cittadinanza italiana possa essere concessa agli immigrati solo a condizione che essi abbiano già (…) acquisito un livello di conoscenza della nostra lingua, della nostra cultura e soprattutto delle nostre leggi tale da rendere, sotto ogni profilo, tangibile la loro volontà di integrazione.

Se sono convinta che, anche in Italia, l’immigrato debba poter acquisire la cittadinanza con tutti gli altri diritti che ne conseguono, mi chiedo però come si possa pensare di concedere questi diritti a chi non dimostri, con i fatti, la propria convinta volontà di integrarsi nella struttura giuridica, sociale ed anche culturale di questo paese.

Per concludere, ritengo che gli immigrati debbano raggiungere questo importante traguardo attraverso verifiche e criteri selettivi molto rigorosi, che poi sono gli stessi già adottati da tempo da altri paesi.

Come non concordare? Oh, naturalmente non è che si possono implementare “verifiche e criteri selettivi molto rigorosi” solo verso gli immigrati. E’ ovvio che questi criteri vanno applicati a tutta la popolazione. Infatti non mi pare affatto che Roberto Cota abbia dimostrato “la propria convinta volontà di integrarsi nella struttura giuridica, sociale ed anche culturale di questo paese” (anzi, sbandiera ai quattro venti proprio la sua scarsa volontà), o che si possa dimostrare che Bossi, Calderoli o anche Antonio Di Pietro “abbiano acquisito un (qualsiasi) livello di conoscenza della nostra lingua e della nostra cultura”. Quindi sì agli esami di integrazione, così poi vediamo quanti trogloditi bresciani (che si sentono così superiori) sanno cosa s’intende con congiuntivo, o chi era Sandro Pertini.

The Gaggiano connection

Chiunque frequenti siti poco raccomandabili, come ad esempio quelli porno commerciali – ma non soltanto quelli – sa che l’ultima frontiera della reclàme è il bannerino localizzato, non solo nella lingua del paese dal quale si naviga (come il maledetto Google olandese, che mi si apre sempre a Amsterdam e che non ci capisco quasi una mazza) ma anche, a volte, con riferimenti geografici precisi: Trova Viagra in Lombardia! o Abbiamo ragazze in Italia – spesso tradotti male. Qui siamo un passetto oltre, anzi due.

Chi l’avrebbe mai detto? A leggere questo banner esisterebbe una sorta di Lotteria di prestazioni orali a Gaggiano, ridente paesello dell’hinterland sud milanese, e il vincitore potresti essere proprio tu! Chissà poi perché Gaggiano? E’ un bel paese, ma non esattamente distinguibile da Cazzago, che però è più verso Brescia. Comunque sia, mi bastava cliccare sulla ragazza preferita e avrei potuto vincere un pompino. Ma la sola idea di andare a ritirare il premio in autobus con questo tempaccio mi ha scoraggiato e così non ho partecipato – perdendo forse per sempre l’opportunità di godere un orgasmo furtivo e semi-anonimo sotto la luna malandrina e inebriante di Gaggiano (Mi).

Tolleranza a mille

Il Vaticano si lamenta del fatto che a suo parere, sull’onda degli scandali sui preti pedofili, si stia scatenando una campagna di intolleranza. Allora, siccome sono una persona coscienziosa, mi sono posto la domanda: “Che per caso sono intollerante verso i religiosi?” La risposta è: non mi pare assolutamente, anzi.

Penso che i religiosi (di tutte le fedi, nessuna esclusa) abbiano il diritto di credere a quello che gli pare e piace, senza alcun obbligo di dimostrare con prove tangibili la bontà delle loro credenze. Ritengo inoltre che queste persone debbano potersi riunire per adorare, pregare, fare sacrifici (possibilmente non umani), suonare musica, danzare e esprimere la loro fede in qualsiasi maniera sembri loro consona. Penso anche che non dovrebbero essere discriminati nei posti di lavoro, nelle associazioni e nella società in generale per via di questa loro fede. Costoro dovrebbero poter accedere alle stesse mansioni e avere un’aspettativa di benessere pari a quella degli altri. Semmai questi credenti dovessero decidere di mantenere a loro spese delle persone allo scopo di coltivare la religione, come nel caso di clero e religiosi in genere, questi debbono poterlo fare. Sancire penalmente il sacerdozio mi sembrerebbe sbagliato. Credo insomma che chi crede debba avere esattamente gli stessi diritti degli altri.

Personalmente poi non obietto a viaggiare sugli stessi autobus, bere caffé negli stessi bar e intrattenere generici rapporti sociali con persone religiose. Frequento negozi gestiti da religiosi, non chiedo ai miei colleghi se siano credenti o meno e non discrimino le persone religiose sui luoghi di lavoro. Sono perfino pronto a ipotizzare l’idea che i genitori di una mia immaginaria fidanzata siano religiosi. Insomma, non mi sembra affatto di essere intollerante – se penso alle idee di certi leghisti verso gli stranieri.

Gelatina di politica alla frutta

Sul pateracchio delle liste non c’è niente da aggiungere all’esilarante intervista a Alfredo Milioni (“So’ ’scito a mangià quarcosa…”), puro Totò e Peppino. Il peggiore però mi pare Formigoni, che non solo non ci sta a ammettere errori (come invece pare stia facendo il PdL) ma – essendo uno di noi (il suo slogan elettorale) la butta in caciara e chiede una nuova verifica delle firme di tutti i partiti. Insomma, una classica mossa alla Craxi: “Qua il più pulito c’ha la rogna”. Nell’augurare al presidente una felice verifica, una serena elezione e altri cent’anni di vuoto pneumatico, vorrei ricordare il gadget elettorale a sua immagine e somiglianza che distribuiva nella passata elezione (nella foto): una gelatina di frutta. Se era una metafora mi pare riuscitissima.

Cui prodest?

crrDice il Ministro degli Interni italiano: “Stiamo valutando di oscurare i siti internet che incitano alla violenza. La possibilità che tutti hanno di mettere sul web messaggi che inneggiano alla violenza è un problema serio. Questo è un reato – ha affermato Maroni – si chiama istigazione a delinquere e deve essere perseguito”.

Con tutto il rispetto, signor Ministro, questa si chiama libertà di parola, ed è un diritto civile tutelato nella totalità dei paesi liberi. O forse lei non conosce il proverbio italiano (e dunque forse anche padano) “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”? Dovrebbe ispirarsi agli USA, dove Rush Limbaugh è libero di dire a proposito di Barack Obama: “You know who deserves a posthumous Medal of Honor? James Earl Ray. We miss you, James. Godspeed.” (Sai chi si merita una medaglia al valore postuma? James Earl Ray [l'assassino reo confesso di Martin Luther King]. Ci manchi, James. Vai con Dio.)

Non le pare di gran lunga più istigatorio dei blog che vuole chiudere il riquadro che ripubblico qui a sinistra, tratto dal Corriere online di stamattina? Poche vendite, ma di sicuro una ne hanno fatta. E cosa dire di tutte quelle armi improprie spudoratamente esposte? Se l’aggressore, invece del modello semplice di Duomo avesse scelto quello con la neve, avrebbe potuto infliggere danni ben più gravi. Non ce n’è: in Italia c’è la dittatura, e basta – non c’è tanto da girarci intorno. Invece sull’aggressione di ieri ho soltanto un commento:

brlscdm

Italiani?

Mi pare di grande interesse l’attuale dibattito tra destra e destra su immigrazione e cittadinanza italiana. Archiviata la furibonda proposta della Lega sulla cassa integrazione agli immigrati (dargliene solo la metà, benché contribuenti), resta sul tavolo il nocciolo della questione: il diritto di cittadinanza. C’è chi dice cinque anni, chi dieci. Chi sostiene che i nati qui dovrebbero averla di diritto (e io, scemo, che pensavo che fosse già così), e chi dice che si dovrebbe almeno completare la scuola dell’obbligo. Poi naturalmente ci sono le condizioni: non aver mai mai avuto alcun genere di grana legale, aver sempre avuto un lavoro stabile, non aver mai protestato per niente, conoscere l’italiano… Proposte impensabili prodotte da una logica malvagia, a mio modo di vedere, salvo a volerle applicare a tutti quanti – il che potrebbe essere divertente: togliere la cittadinanza a chi non fa il bravo, a chi è disoccupato o a chi non conosce i congiuntivi.

E’ chiaro che bisogna trovare un principio, una regola, e io non saprei dire quale al momento. So però che ne vorrei una che consenta a dei futuri Pierpaolo Pasolini, William Burroughs, Vasco Rossi o anche semplicemente un operaio immigrato che occupa la fabbrica (o i molti politici di ambedue le parti che da giovani erano teste calde) di diventare un giorno miei concittadini: ne sarei assai più fiero, e li sentirei molto più fratelli, che certe macedonie di lineamenti ottusi, evidentemente frutto di endogamia, che oggi rappresentano (e secondo loro difendono) l’italianità – perfino in Europa.

Enciclupedia irazziunaal

Ho già scritto qualche giorno fa dell’irresistibile Wikipedia in Lombardo. Attenzione, io non ho niente in via di principio contro i localismi, e ho spesso pensato che se in Italia avessimo avuto, come in Spagna, una dittatura lunghissima durante la quale fossero state proibite le lingue locali (e quindi i dialetti), anche qui avremmo molte lingue ufficiali: il veneto, ma anche il sardo, il siciliano, ecc.

L’operazione tentata dalle Wikipedia in dialetto però mi pare ridicola. Perché un conto è chiamare Varese Varés, tutto un altro è inventarsi un linguaggio scientifico-dialettale per spiegare cose complesse. Ad esempio, se io dico:

In matemàtica, un nümar irazziunaal al è qual-sa-vöör reaal che al è mia un nümar razziunaal, i.e., che sa al pöö mia espressá cuma una frazziú a / b , cunt a e b intreegh e b difereent da 0. I nümar irazziunaj i è precisameent chij da che l’espansiú decimalasa la ferma mai, e gnanca la va deent int un ciicl periòdic. “Dabott töcc” i nümar reaj i è irazziunaj.

Quanti di voi saprebbero correttamente tradurlo con:

In matematica, un numero irrazionale è un numero reale che non è un numero razionale, cioè non può essere scritto come una frazione a / b con a e b interi, con b diverso da zero. I numeri irrazionali sono esattamente quei numeri la cui espansione in qualunque base non termina mai e non forma una sequenza periodica. “Quasi tutti” i numeri reali sono irrazionali.

Cioé: quale utilità può avere questa definizione per una persona che non conosce l’italiano? Esistono matematici che parlano solo il lumbard? Si ipotizza l’avvento di una scienza padana, o sarda, che avviene in dialetto? Comunque la si giri, la mia opinione non cambia: Dabott töcc i lucalism i è irazziunaj, inütil e fors anca dannus.