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Quadro in 3D

Non so a voi, ma a me più passa il tempo più mi attira l’idea di avere intorno degli oggetti potenti. Non solo delle belle cose (da vedere, toccare, con cui convivere) ma dei manufatti che, per una ragione o per l’altra, sono significativi. Naturalmente quello che è bello, potente e intenso per me non lo sarà per voi, o magari invece si. Una classe di oggetti che mi dà particolare piacere a molti livelli è l’arte passata – lo sapete, vi ho già lungamente intrattenuto su questo tema. Naturalmente un quadro ha due piani di esistenza. Uno è l’immagine che ci è dipinta, e che può essere riprodotta, stampata, guardata e messa nei blog. Se la riproduzione è di buona qualità possiamo farci un’idea davvero precisa del quadro, e naturalmente godere  della visione del medesimo (se ci piace). Una buona riproduzione a grandezza naturale appesa in casa funziona quasi quanto l’originale – nella sua funzione di arricchimento del muro, e del nostro abitare insieme.

Poi c’è un altro piano, che è appunto l’oggetto potente: non solo la pennellata, le impronte digitali del pittore e la tela toccata dall’artista ma il telaio, il bordo, la cornice, eventuali scritte sul retro, il legname dell’epoca su cui è intelaiato… Un quadro è anche questo; però questo non si può scannerizzare, e per goderne bisogna essere con l’originale.

Prendete per esempio l’immagine qui sopra, Draak di MC Escher, 1952. Questa riproduzione adorna assai graziosamente questa pagina e permette di fruire del fantastico disegno. L’originale (41,7 x 31,6 cm.) è un’incisione (ovviamente multipla) su legno stampata su carta orientale, firmata a matita da MC* medesimo, che ci ha anche scritto sopra eigen druk, stampato in proprio. La vendono da Christie’s a Londra il 15 settembre, base d’asta 5.000 pound (circa 6.000 €). Mo’, io non è che c’ho questo genere di soldi da investire in MC Escher. Però se penso che con 4.200 euro ci si compra un ducato del ‘95 con 202.000 chilometri, oppure un volo per le Fiji (suicida, oltre 24 ore) o anche un trittico di Athos Faccincani, beh allora mi pare un investimento sensato e quasi furbo.

*Semmai foste curiosi sta per Maurits Cornelis.

Telefono da Prato

Ho il piacere di annunciarvi che il mio video Sono Stufa di Tutto (parte della serie Lettere Moderne reclamizzata qui a fianco) è tra i finalisti del premio Videominuto. Quindi sarà proiettato, insieme agli altri 39 contendenti (primo premio 1000 euro), al Museo Pecci di Prato l’11 settembre dalle 21:30. Non avendo mai vinto nulla fino a oggi (salvo 13,11 euro al Superenalotto, una volta) non mi aspetto niente di meglio che questo – che comunque già fa piacere (non essendo io Nam June Paik). Semmai, caffé pagato – parola d’ordine: D: Sono stufa di tutto? R: Hanno ucciso l’amore.

Out of Art


(clicca per ingrandire)

Mi colpisce la triste storia di John William Godward, pittore inglese tardo pre-raffaellita (e mi sa tanto che è stato proprio quel tardo a creargli dei problemi); la sua pittura infatti mi piace assai. Dice Wikipedia che Godward (nato a Wimbledon nel 1861 e morto a Londra nel 1922) “si suicidò all’età di 61 anni e pare che in un biglietto di commiato abbia motivato il suo atto con lo spregio della bellezza che vedeva essere invalso nella pittura, scrivendo che “il mondo non è abbastanza grande per lui e per un Picasso assieme”.

Oh, naturalmente non solo mi piace molto anche Picasso, ma la sua arte mi sembra urgente e inevitabile in quel periodo storico, molto più di quella di Godward. Ecco come mai la sua vicenda se è vera è così triste: in qualche modo aveva ragione.

Wikimedia commons contiene molte immagini di John William Godward.

Groviglio di bellezze


(clicca per vedere il quadro intero)

Ieri, con grande ritardo, sono tornato a visitare la Pinacoteca di Brera che contiene alcuni capolavori assoluti, come il Cristo Morto di Mantegna, la Cena di Emmaus di Caravaggio e diversi altri, più un bel po’ di quattro-cinquecenteschi italiani per me molto attraenti. La prima cosa che salta agli occhi (a chi, come me, viaggia molto per musei) è la notevole autarchia della collezione, che ha un piccolo sgabuzzino di fiamminghi (con un El Greco spettacolare) e decine di sale dedicate a “pittori marchigiani del XV secolo” (alcuni dei quali strepitosi) e simili. Curioso, e con quel sapore da “semo i mejo” che caratterizza (ingiustificatamente) il rapporto di questo paese col resto del mondo, ma tant’è: nel cinquecento se non eravamo i migliori poco ci mancava.

La seconda cosa che si nota è l’allestimento attualmente in corso a Brera, intitolato Burri e Fontana a Brera. Provenienti da due collezioni, i capolavori dei due grandi maestri del novecento sono allestiti allo scopo di “proporre al pubblico un’inaspettata fruizione del museo, fatta di vivaci e ricchi confronti, avvicinamenti, opposizioni e contrasti.” Insomma sono sparpagliati in mezzo agli altri, Rosso (1952) di Burri visibile insieme alla Pietà di Lorenzo Lotto (1545) o la Cena di Caravaggio a fianco di Nero SC3, sempre di Burri. Il massimo si raggiunge con Gobbo Bianco di Burri che impalla mortalmente Fiumana di Pellizza da Volpedo (la versione psichedelica del suo celebre Quarto Stato) annichilendo l’effetto di avvicinamento e obbligandone la visione laterale. Mi pare che questo allestimento non giovi a nessuno. Non a Fontana e Burri (che mi piacciono, specialmente il secondo) i quali pensavano le loro opere per spazi radicalmente diversi, non alla collezione (che sembra domandarsi: “Ma che cazzo succede?”) e nemmeno ai visitatori che naturalmente guardano Caravaggio – a fianco del quale Burri non ha nessun senso. E questo è un peccato, perché invece ne avrebbe moltissimo – e se ben esposto ne ha.

Detto questo, a parte i noti capolavori, Brera contiene molte chicche. La mia preferita è la Madonna della Candeletta (1490) di Carlo Crivelli, di cui vedete un dettaglio qui sopra (cliccando il quale andate sul sito di Electa dove ci sono anche altre bellissime riproduzioni). Aldilà del sublime tripudio di frutta, è un dipinto assai metafisico per molte ragioni, a cominciare dalla posa frontale e perfettamente simmetrica della Madonna. L’intera composizione è intensamente irreale (verrebbe da dire iper-reale – guardate il vaso di fiori in basso nel dipinto intero) e straordinariamente ben eseguita, e mi ha fatto molto pensare a uno dei miei pittori e illustratori preferiti, il ceco Alfons Mucha (al quale prima o poi dedicherò un post), e all’Art Nouveau in genere.

Una volta

Guardare questo video per me è sempre un po’ arduo; non solo vedo tutti i difetti di questo complicatissimo show, ma da allora mi chiedo come mai, come primissimo spettacolo, abbia fatto proprio una cosa così furibonda. Ma tant’è: nella mia carriera raramente ho fatto quello che ho voluto, ma più spesso quello che ho potuto. E all’epoca potevo questo. 1991, il mio primo concerto in un centro sociale milanese – Conchetta. Fumo, che qui fa da fonico pilota, non aveva mai fatto prima questo set, e anche io ero piuttosto terrorizzato, almeno all’inizio. Lo spettacolo si intitolava RadioMantra/RadioGladio; era strutturato intorno a RadioMantra, “cabaret radiofonico elettronico” nato alla fine degli ‘80 dall’esperienza con AudioBox e il mondo della RadioArte. Ma poi ho subito capito che per far vivere questo show l’ambiente dell’arte non bastava, e così è diventato assai più cabarettistico e politico (sempre nel mio modo un po’ obliquo), specie dopo aver pubblicato RadioGladio nel ‘90.

Non la faccio lunga, solo due cose: se lo guardate bene ci trovate tutti i trucchi che usavo all’inizio, dalla chitarra MIDI (usata rigorosamente in modo non musicale) al registratore che partiva da solo, al dialogo con frammenti di parlato pre-esistenti. Inoltre guardare questo lungo video (30 minuti, circa metà del concerto) mi è arduo, ma il finale è tra i più bei finali che io abbia mai realizzato nella vita – e forse non soltanto io. Grazie mille a Gomma che l’ha girato, montato e pubblicato su Gomma.tv.

PS: E poi ho dei capelli!

E chi t’è muort’


Il fumo I, digital print, 160 x 90 cm
(click to enlarge)

Personal business

Dopotutto questo è il mio blog, no?

In luogo pubblico

Dice: ma che Messina è impazzito, che adesso fa solo più dei video? Un po’ – ma è una follia controllata. Sto infatti preparando una piccola mostra, intitolata Lettere Moderne, con una decina di video (raggruppati su uno o due monitor) e altrettanti pannelli 1.60 X 90 (o forse, se posso spendere, 3.20 X 1.80) con dei frame dai video. Hai una galleria o uno spazio espositivo? Un soggiorno capiente? Un doppio bagno con vista? Ospita Lettere Moderne: quale altra esposizione d’arte ricorda ai visitatori che questa è un’epoca di demòni?

Meno saggio

Ecco un altro ritorno. Non ce n’è: cantiamo sempre la stessa canzone. Tra le mie preferite c’è questa di John Stuart Mill del 1859, tratta dal suo saggio Sulla Libertà. Torna sempre attuale, a ogni uscita del povero Benedetto XVI – ormai intrappolato tra la contrizione per i preti pedofili (che immagino autentica), le posizioni rispettabili (per una persona vergine) ma lunari (se applicate all’Italia) su aborto, fecondazione assistita ecc. e quel suo sorriso incredibilmente feroce – che quando lo vedo mi viene da chiamare Padre Amorth. Diffondere questo testo (in questa o altre forme) significa anche ricordare alla destra liberale (di cui Mill è uno dei padri fondatori) che una volta aveva anche delle opinioni forti, oltre al volume.

La musica naturalmente viene da questo disco – che pure sembra tornare nella mia vita – dove l’ho “cantata” quasi 15 anni fa.

Epoca di demòni

Ho registrato questa voce alla radio 24 anni fa – e continua a essere stupefacente: ritmo, melodia e messaggio. Per i filologi questa è una delle telefonate messe in onda da Radio Radicale nell’estate dell’86, quando trasmise – per protesta – qualsiasi messaggio giungesse alle sue segreterie. Sempre per loro, questa è la voce che “canta” il brano Sono stufa di tutto, pubblicato sull’album dei Buddha Stick e scaricabile da questa pagina. Questo video è parte di una serie chiamata Lettere Moderne.

PS: Qualcuno mi ha chiesto se poteva inserire i miei video nel suo blog: ma certo – anzi, diffondete senza remore, please.