Skip to content
 

Country Boy

Per mille ragioni, alcune belle e altre meno, mi ritrovo a 50 anni a avere alcune vite diverse alle spalle. Non mi riferisco naturalmente alla reincarnazione, ma al fatto che ho fatto molte esperienze diverse e che, nel bene e nel male, mi è sempre piaciuto cacciarmi in situazioni estreme.

Nel ‘79 ho trascorso un anno a Sydney, in Australia. Ero un curioso ibrido stilistico all’epoca: reduce degli anni ‘70, che specialmente verso la fine si sono fatti davvero cupi e minacciosi, molto attratto dal nuovo (che all’epoca per me erano i Clash) ma ancora intriso di musica degli anni precedenti. A guardarmi avevo ancora l’aria di un post-hippie, e a questo bisogna aggiungere che suonavo la chitarra acustica stile fingerpicking. A Sydney lavoricchiavo, mi godevo il clima assolato e socialmente molto diverso dall’Italia (avevo 19 anni, ero proprio un pischello) e arrotondavo suonando per strada, in inglese Busking. Un’attività utile sotto molti aspetti: era piuttosto remunerativa (lì e allora, non so dire quanto qui e adesso), un ottimo esercizio (incuriosire chi passa suonando sul marciapiede richiede uno sforzo molto maggiore che da un palco) e si rimorchiava moltissimo: poche cose rendono magicamente attraenti quanto maneggiare una chitarra; è la ragione numero uno per la quale una notevole percentuale di chitarristi, anche famosi, ha iniziato a suonare.

Il mio repertorio era assolutamente anni ‘70: James Taylor, David Crosby, alcune perle del country/blues di allora (come Mr Bojangles o Steamroller Blues) e naturalmente Bob Dylan. Tutta musica che, tranne alcune cose davvero stucchevoli (ma ottime per far cacciare il dollaro al passante) mi piace ancora oggi, benché nel 2010 ascolti più di frequente i Tool (o i Simian Mobile Disco, il cui ultimo album però è un po’ deludente). Uno dei miei pezzi forti di Dylan era Don’t think twice it’s all right. Che ha una bellissima melodia, un testo perfetto, feroce ma vero, e la versione originale è suonata proprio bene – senza plettro, come piaceva a me. Dylan l’ha incisa nel ‘63, a 22 anni, e già faceva buffo sentir dire quelle cose a un guaglione. Posso immaginare che effetto facessero ai passanti in bocca a un buffo capellone italiano diciannovenne.

PS: Il link alla canzone punta verso il sito di Dylan, che è un esempio mirabile di presenza web: ci sono tutti i suoi testi, e samples (di circa un minuto) di moltissime sue canzoni (forse tutte). Semmai non l’aveste letto, il suo libro Chronicles vol. 1 (Feltrinelli) è un capolavoro assoluto.

1 Commento

  1. [...] Qualche post fa mi sono abbandonato a reminescenze giovanili post-fricchettone, uno dei lussi dell’età. Un altro di questi previlegi è di poter cantare a squarciagola Mannish Boy di Muddy Waters (qui ritratto mentre mostra orgogliosamente una copia del suo primo disco, 1943) senza sembrare ridicolo, e anzi esprimendo con mucho sentimiento il significato del testo. La versione di riferimento è questa (non esattamente, ma è dello stesso periodo, la band è la stessa, ecc.), l’ultima – non a caso quella in cui è più maturo. Eh sì, perché ci vuole un po’ di panza per cantare: [...]