Skip to content

Keeping up with the Messinas

Complice un trasloco, gli aggiornamenti delle mie cose online è andato un filo a rilento. In particolare sto aggiornando la zona articoli, e tra ieri e oggi ne ho pubblicati due: uno sulla sorveglianza digitale (a scopi commerciali), e il resoconto del mio viaggio a Graceland, la casa di Elvis. Restate sintonizzati: altri aggiornamenti seguiranno nei prossimi giorni. Baci da Amsterdam.

Due pensieri sulla libertà

Ecco un post davvero difficile da scrivere. Però in questo preciso momento mi sembra molto importante scriverlo, proprio a causa del mio (e probabilmente del nostro) stato d’animo di questi giorni. Si divide in due parti, ambedue principali – e ambedue profondamente sentite. La prima è più semplice:

Provo profondo orrore per quello che è successo a Parigi, un gesto ingiustificabile e disgustoso. Non si spara su nessuno per motivi di opinione, mai. Chi compie queste azioni va individuato, assicurato alla giustizia e condannato senza alcuna pietà. Spezza il cuore pensare alle famiglie dei giornalisti uccisi – e io ho due motivi in più per essere emotivo. Ho lavorato nella redazione di un giornale satirico (Cuore), e in questo momento non riesco a non pensare a quella stanza piena di sangue, i miei colleghi morti – e magari pure io. Inoltre, come sapete se leggete quello che scrivo, ho sempre amato la libertà di espressione, anche nelle sue manifestazioni più spericolate, e l’ho praticata con ardore e costanza. La amo moltissimo e sono pronto a battermi perché chiunque desideri farlo possa esprimersi come crede. Questi sono princìpi irrinunciabili, fondativi del mio modo di essere.

La seconda è assai più difficile, ma altrettanto importante – e forse di più.

Quando esercito la mia libertà di espressione, mi piace pensare di (provare a) farlo nella maniera più libera possibile, senza vincoli. O quasi. Perché qualche vincolo invece ce l’ho, e non sono affatto sicuro che sia un bene; però è così. Per esempio c’è un elemento che non perdo mai di vista quando esprimo un’idea o un’opinione: io, chi sono? In qualità di cosa sto esprimendo questo pensiero? Perché io sono Sergio Messina, ma sono anche altro: europeo, bianco, di mezz’età, con un reddito decoroso, mediamente colto, ecc. Sono nato in una nazione (ma soprattutto in un continente) che tiene ben alti i valori della libertà. Un luogo davvero complesso, l’Europa, con una storia moderna ricca di meraviglie (come la democrazia o la liberta d’espressione) e anche orrori: il colonialismo, il razzismo, il senso di superiorità sul resto del mondo. Ecco: se entro in relazione con una cultura diversa dalla mia, io sento di non poter prescindere da questa storia, che mi appartiene sia nel bene (vedi la prima parte del post) che nel male. Prima di sostenere che qualcuno dei miei valori europei è migliore di quelli degli altri, cerco sempre di contare fino a 10, di rifletterci bene. Perché a me, figlio dell’illuminismo, piacciono la satira, la democrazia e l’ateismo. Però non credo che queste siano idee da imporre al resto del mondo dall’alto. Chi sono io (occidentale, bianco, ricco e privilegiato) per stabilire che la libertà di satira va imposta a tutti, e che ovunque devono pensarla come noi perché “è meglio”? Meglio per chi? A noi piace, e la pratichiamo. Ma dobbiamo imporla a tutti gli altri?

Ecco: pubblicare vignette su Maometto per dimostrare l’intolleranza dei musulmani mi sembra sbagliato, fin dai tempi di quelle danesi. Mi pare voler dire: “Vediamo se siete come noi, che facciamo satira sul nostro Dio e (quasi) nessuno se la prende.” La risposta parrebbe essere di no: in generale al mondo islamico, moderato e non, la satira sul loro Dio non piace (specialmente se fatta da altri, verrebbe da pensare). Mi chiedo: come giudicare questo dispiacere? Con gli strumenti (e il senso di superiorità) che vengono dalla mia cultura, o cercando di capire come mai – anche guardando alla nostra storia recente? Vedere tuo padre nelle foto di Abu Ghraib (scattate e pubblicate dai “nostri”), potrebbe influenzare la tua voglia di ridere (specie se chi ti sfotte ha lo stesso colore della pelle, in ambedue i casi)?

Naturalmente in questo momento la prima idea prevale sulla seconda: se spari a un giornalista per via delle sue opinioni devi pagare, e duramente. Il mio discorso, spero si capisca, è ben più ampio. Se poi non si dovesse capire sono certo che, da europeo a europeo, rispetterai la mia libertà di espressione.

Pino Daniele

Ho incontrato Pino Daniele soltanto una volta – quasi quarant’anni fa. Fine anni ’70: essendo un grande fan di Napoli Centrale, quando suonavano in un posto raggiungibile di solito andavo. Quell’anno (1977) giravano con una nuova formazione che, oltre ai due fondatori Franco Del Prete (batteria e voce) e James Senese (sax e voce) comprendeva Pippo Guarnera al piano (uno degli uomini più simpatici del pianeta, oltre che un eccellente pianista) e Pino Daniele (giovanissimo e ultratimido) al basso. Poi, qualche tempo dopo, sono arrivate le sue prime canzoni: Na tazzulell’ e’ cafè, Ca’ calore, ecc. Musica buffa, molto sofisticata eppure semplice, caciarona e festaiola: si capiva benissimo che dietro c’era un talento di grande sostanza. Naturalmente tutti ci ricordiamo dell’album Nero a metà, certamente il suo capolavoro, e di Quando – scritta per il film Pensavo fosse amore… invece era un calesse di Massimo Troisi. Poi Daniele s’è un po’ perso: tra turnisti di gran lusso, arrangiamenti fusion e fascinazioni tropicali, la sua musica ha perso mordente, e molti dei suoi ultimi album sono un po’ così.

Ma non tanto da far dimenticare la sua statura, che è quella di un gigante. Come Troisi, anche lui ha saputo diventare rapidamente un classico della cultura napoletana, come Raffaele Viviani, Eduardo e Totò. E alcune sue canzoni sanno dire delle cose che in molti sentiamo ma in pochi sappiamo esprimere – e questo è il segno della grandezza di un autore. La mia preferita di sempre rimane Alleria, forse la canzone più triste che conosca. Anche per via di un trucco poetico semplice e commovente: parlare della tristezza raccontando della mancanza di allegria.

Grazie Pino, per le molte belle canzoni. Ma anche per quella presenza lieve e discreta, per la capacità di essere una star senza diventare un pagliaccio televisivo, e per aver dimostrato che è possibile produrre musica profondamente sofisticata ma anche ad alto valore pop. Così ce n’è pochissimi, e ognuno che ci lascia è un lutto.

Real stupid

Scopro stamattina, da Google Alert, che l’editore del mio libro Real Sex ha deciso di pubblicarlo anche in versione elettronica. Peccato che, essendo il mondo imperfetto e alcuni degli esseri che lo abitano perfino più malriusciti, il libro sia in vendita a 2.99 € in Pdf (formato eccezionalmente scomodo e goffo) e protetto da un sistema anticopia (malvagio, che inserisce i vostri dati personali nel file) detto social drm. Insomma un disastro – non tanto diverso da quello accaduto alla pubblicazione del libro: promozione inesistente, ufficio stampa completamente inefficace (proprio al 100%), dilettantismo (del tipo supponente) diffuso.

Pertanto vi ricordo che, dalla sua uscita, il mio libro è comodamente consultabile (e commentabile) gratuitamente online all’indirizzo sergiomessina.com/realsex, completo di link e recensioni (quelle che sono riuscito a far uscire io). Con l’occasione vi ricordo anche che i metodi di protezione del diritto d’autore non hanno mai funzionato (tant’è che persino la Apple ha smesso di usarli), che utilizzarli nel 2014 è sciocco e inutile, e che applicarli a un testo in pdf è la cosa più maldestra, moscia e politicamente incosciente che io possa immaginare.

E poi

Una decina di anni fa, nel corso di un programma radiofonico, il conduttore fece una domanda su di me a un vecchio giornalista musicale amico. Dopo i complimenti di rito disse una cosa che mi sembrò bella (e in qualche modo lusinghiera, benché lui avesse scritto di me l’ultima volta nel 1990): “Messina sembra essere sempre nel posto giusto al momento giusto” (che in qualche modo è vero, e sicuramente non è successo per caso). Ecco: speriamo che questa frase continui a dimostrarsi esatta anche in futuro. Vi saluto con l’ultimo squadretto, ci sentiamo tra qualche giorno.